Una grigia mattina, in un pullman carico di pendolari e studenti. I passeggeri siedono uno accanto all'altro, infagottati nei pesanti abiti invernali, insonnoliti dal ronzio monotono del motore e dal calore del riscaldamento.
Nessuno parla. Si vedono tutti i giorni. L'abitudine li ha resi ormai " amici ", ma preferiscono nascondersi dietro il giornale.
Una voce esclama all'improvviso: " Attenzione, attenzione! ".
I giornali frusciano, le teste si sollevano.
" È il vostro conducente che vi parla ".
Il silenzio è generale. Tutti guardano verso la nuca dell'autista e ascoltano quella voce piena di autorità.
" Mettete via i giornali, tutti quanti ".
Un centimetro per volta, i giornali si abbassano.
" Adesso voltatevi e guardate la persona che vi sta seduta accanto ".
Sorprendentemente obbediscono tutti. Qualcuno anche sorride.
" Adesso ripetete con me... " continua l'autista, " Buongiorno, vicino di posto! ".
Le voci sono timide, un po' interdette, ma poi la barriera si abbatte. Molti si stringono la mano. Qualcuno si abbraccia. La vettura è tutto un brusio di conversazioni.
"Buongiorno, vicino di posto! ".

Noi abbiamo dei vicini da una vita. Li riteniamo anche " amici "... e perché la cosa più facile del mondo (il saluto, il sorriso, un complimento, una domanda... una congratulazione, una condoglianza...) ci riesce tanto difficile? Come fare?
Voglio cominciare a non lamentarmi più e a farlo per primo, con tutti, senza se e senza ma, magari... con un sorriso. In famiglia, in contrada, in paese e ... in politica! "
Buongiorno, vicino di posto! ". E ... viva la comunità!
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