C’era una volta, in Via Rometta Alta, un Capitello di proprietà della nobile famiglia Favaretti.

Faceva parte della Villa, ma s’affacciava tutto sulla strada.

I fedeli, nel passargli davanti, eran soliti farsi il segno della croce; qualcuno si levava persino il berretto.

Non erano pochi coloro che sostavano più o meno a lungo nello spiazzo antistante il cancello.

Poteva essere uno stanco viandante senza volto e senza nome, ma anche gente del posto ben conosciuta, oppure una persona importante.

Nel settembre del ‘43, ad esempio, vi fece sosta un soldato italiano ferito: si trattava di un certo Sandrone da Onara. Noi corremmo fuori a vederlo ed a circondarlo della nostra simpatia.

Era riuscito a sfuggire alle grinfie dei tedeschi. Aveva un braccio al collo, abbondantemente fasciato, dov’era ben visibile una grande chiazza di sangue. Gli andarono a chiamare la fidanzata: la Pina Maiàra. Questa arrivò in un baleno.

I due si tennero stretti lì davanti al Capitello per un po’. . . poi sparirono giù per la stradina che portava alla borgata dei Maiàri.

Talora, nella stagione estiva, si dava appuntamento nei pressi del Capitello, il solito gruppetto di ragazzi del posto. Prendevano di mira i frutti maturi che occhieggiavano tra il verde del fogliame, negli orti e nei campi vicini.

Qualcuno vi andava per fame; gli altri per compagnia e spirito d’avventura. Il Capitello diventava così il “quartier generale” di tali pericolose spedizioni. . .

Nel suo interno, invece, il Capitello espletava la sua funzione più alta quando vi si celebrava, in particolari occasioni, la Santa Messa.

Nel 1929 ebbe anche l’onore d’essere visitato nientemeno che dal Vescovo di Padova: mons. Elia Dalla Costa.

Ma era all’inizio della bella stagione che, ogni anno, il Capitello si. . . vestiva a festa allorché veniva “spalancato” ai fedeli della Contrada.

C’era da implorare la pioggia benefica, da pregare perché non venisse la “tempesta”, da onorare la Madonna nel mese a Lei dedicato.

In quell’anno (1944), una lunga e perdurante siccità aveva messo in moto per la campagna un rito molto suggestivo: le ROGAZIONI.

Un drappello orante di fedeli si snodava per i campi assetati; era guidato dal sacerdote benedicente e dal sacrestano con al braccio una cesta per raccogliere le offerte. Faceva sosta nei vari Capitelli per recitare assieme ai fedeli del posto calde preci per la pioggia.

In quell’occasione il Capitello veniva aperto fin dal mattino; il suo interno era rivestito di fiori, soprattutto di rose, odorosissime.

La piccola tovaglia sull’altare era bella bianca di bucato. In un angolo, un grande vassoio raccoglieva gli òboli per il sacerdote e per la Chiesa: pochi soldi, ma tante uova.

Ai piedi dell’altare, legati in fasci, facevano bella mostra le rustiche croci di legno, pronte per essere benedette. Ce n’erano di tutti i tipi e di tutte le fogge. Le nostre croci, opera del babbo, ci parevan le più belle. A me facevano impressione soprattutto quelle confezionate in fretta, formate da due semplici pezzi di legno, legati alla belle e meglio a forma di croce: forse provenivano da famiglie che in casa, di croci, ne avevano già tante e pesanti. Ma ecco arrivare il piccolo cotéo! Nina, la custode del Capitello, in segno d’accoglienza, si mosse verso il sacerdote, invitandolo ad entrare per pregare un po’ assieme. Quindi, benedette le croci e raccolte le offerte, le “rogazioni” riprendevano la via dei campi, mentre i fedeli della borgata facevano ritorno alle loro case.

Agguantate le nostre croci, ora benedette, io e mio fratello Berto corremmo a casa dove c’era il papà che ci attendeva per andarle a mettere a dimora. Esse trovarono posto all’inizio di ogni filare di viti, sul primo “oppio”, incastonate tra i rami ella pianta, a sfidare i venti e le intemperie ed a proteggere il raccolto. L’ultima, la tenne per la casa: dal cortile, al primo lancio, il babbo la fece volare in alto, fin sul tetto, a far compagnia a quelle degli anni passati. Vene la pioggia, abbondante, benefica, che fece esplodere la natura in tutta la sua bellezza e fecondità.

Sembrava invece non arrivare mai la fine di quella tremenda guerra che teneva nell’angoscia tutte le famiglie. In quel mese di maggio del ‘44, quindi, oltre alle solite suppliche per la campagna, si intensificarono le preghiere alla Madonna perché giungesse presto anche la pace.

Fin dal primo giorno di quel mese, si era iniziato a recitare con tanta fede e devozione il SANTO ROSARIO.

Il Capitello in quella circostanza diventava il cuore della Vecchia Rometta. Anche noi, se non avevamo delle incombenze in casa, partecipavamo a quella bella preghiera comunitaria: facevamo due salti, attraversavamo la strada ed aspettavamo che iniziasse la recita del Santo Rosario. . . Era bello sostare di fronte al Capitello. . .

Dai prati falciati di fresco giungeva il caldo profumo del primo fieno. Si giocherellava, si scherzava specie tra noi ragazzini. . .

Ma ecco arrivare la Nina con in mano una chiave grande grande come quella di San Pietro ed aprire il cancelletto fatto a mo’ d’inferriata! Poi entrava, s’inginocchiava su di un minuscolo panchetto davanti all’altare ed iniziava la recita. . . naturalmente in latino. Era, la sua, una cantilena sempre uguale, monotona, con una tonalità di voce ostinatamente sostenuta.

Noi ragazzini facevamo fatica a seguirla senza distrarci o peggio ancora senza resistere alla tentazione di fare qualche scherzetto ai compagni vicini. Allora la Nina alzava per un paio d’Ave ancor di più la voce, un chiaro invito a chi disturbava di smetterla ed a ricomporsi. Qualche volta, però, succedeva che il suo richiamo cadesse nel vuoto; allora s’alzava dal suo panchetto e rivolta ai ragazzi più vivaci, ch’eran poi sempre gli stessi, li richiamava con parole accorate e severe ad un tempo.

Finita la. . . corona, il tono delle suppliche s’alzava ancor di più verso il cielo con la recita delle Litanie.

Infine, la cara Nina, a chiusura del “fioretto”, intonava il solito canto mariano: « È L’ORA CHE PIA. . . » questa volta in lingua nostrana; forse anche per questo, tutti ci davan dentro ch’era un piacere.

“Barattati i saluti della sera”, gli anziani e gli adulti, per viottoli e per “cavìni” facevan ritorno alle proprie case, mentre noi piccoli, quasi sempre, ci si attardava per un po’ nei prati vicini a correr dietro alle lucciole. . .

C’era una volta, in via Rometta, un. . . Capitello. . .


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