Negli ultimi decenni del 1700 l’antica arcipretale di Cittadella si rivelò inadeguata a soddisfare i bisogni di una parrocchia molto vasta e in forte incremento demografico.

Si decise allora di costruirne una nuova che potesse risolvere due problemi ad un tempo: quello di offrire alla popolazione una chiesa più confortevole e quello di inserire nella città un qualificato monumento religioso, degno della fede dei Cittadellesi.

In quel tempo la parrocchia del duomo comprendeva tutto il territorio comunale, fatta eccezione per Santa Croce Bigolina, situata in diocesi di Vicenza.

La posa della prima pietra avvenne nel 1774 da parte dell’arciprete Giambattista Moratelli. Il progetto del duomo, intitolato ai Santi Prosdocimo e Donato, venne affidato all’architetto padovano Domenico Cerato, che ne disegnò i piani e gli alzati. Poco dopo gli successe il vicentino Ottavio Bertotti Scamozzi e, alla sua morte, nel 1790, l’allievo Carlo Barera che lo portò a termine nel 1826. La costruzione si presentò subito imponente, ad un’unica aula rettangolare, coperta da un’immensa, arditissima volta a botte, che è un autentico capolavoro di ingegneria sacra. Per la vastità delle proporzioni, per la severa unità di linea e di concezione, per la solida eleganza costruttiva, per il rispetto assoluto della simmetria e gli effetti, insieme solenni e sereni, che raggiungono un’ideale proporzione geometrica e armonica, essa di qualifica come uno dei più ragguardevoli esempi architettonici veneti del maturo Neoclassicismo.

Girata, contrariamente alla vecchia chiesa, da Nord a Sud, è munita di una profonda abside sopraelevata di cinque gradini sul piano terra e coperta da una cupola che ha il diametro largo come tutto il presbiterio poggiante su quattro possenti archi a tutto sesto. Un grande catino determina la profondità dell’aula. La luce proviene da sei finestre di tipo termale, aperte lungo la galleria interna, che gira tutto intorno la chiesa e sopra ciascun altare.

La facciata, rivolta verso la piazza, si erge altissima sul contesto di piccole case che si infittiscono ai fianchi. Essa assume un’imperiosa solennità grazie alle possenti semicolonne corinzie che, partendo da due giganteschi plutei, si slanciano verso l’alto a sostenere l’enorme frontone. Le statue di S. Prosdocimo e S. Donato, i rilievi marmorei raffiguranti miracoli dei santi titolati e scene mariane, sono stati eseguiti da Giovanni Fusaro nel primo decennio del XX secolo; l’oculo del timpano con il Redentore fu aggiunto nel 1913 da Attilio Fabbri, prima della solenne inaugurazione avvenuta il 7 dicembre dello stesso anno.

Nella controfacciata si leggono i dati dell’inaugurazione: “D.O.M.

/ S.S. Prosdocimo et Donato / Modestus Farina / Patav. Antistes / III Non. Sept. MDCCCXXVI / Templum hoc / D.” (“A Dio Onnipotente Massimo / Il 3 settembre 1826, Modesto Farina, vescovo di Padova, dedicò questo tempio ai Santi Prosdocimo e Donato”).

L’ordine della facciata si ripresenta all’interno con le possenti semicolonne corinzie che conferiscono alla struttura della chiesa un eccezionale vigore e formano la trama compositiva delle pareti dell’aula. Un’alta trabeazione divide la parte inferiore, plasticamente vivissima e pittoricamente contrastata, dalla volta decantata, luminosissima. Un senso di compiaciuta armonia, di forza e di leggerezza, di slancio e di gravità coglie lo spettatore non appena vi entra. Una cornice più sottile che si appoggia sulle paraste dell’ordine inferiore, si snoda tutto intorno, interrompendo così l’eccessivo verticalismo delle colonne.

Fra queste si aprono dodici nicchie che contengono le statute degli apostoli, opera di A. Benvenuti, la cui firma si legge sul basamento che sostiene la statua di S. Filippo.

Cinque altari in marmo bianco di Pove (in origine erano sei, perché quello della Madonna è stato sostituito nel 1921 per un ex-voto), riproducono i modelli stilistici dell’architettura dell’edificio. Tutti uguali sono stati eseguiti dalle medesime maestranze e qui collocati nello stesso torno di tempo.

Appare chiaro il preciso intendimento di riproporre un’identica immagine architettonica onde assicurare stretta correlazione tra le due parti contrapposte della chiesa.

È assai frequente che in chiese a spazio unitario, gli altari, spesso funerari, fatti innalzare da committenti privati, da congregazioni, da fraglie, ecc. in epoche successive, provochino squilibri compositivi offrendo immagini spesso discordanti per dimensioni, per valori formali e cromatici. Nulla di tutto questo si riscontra nel duomo di Cittadella. Qui, anche se tutto è eccessivamente enfatizzato, secondo un gusto prettamente neoclassico, l’impressione che il visitatore riceve è quella di trovarsi di fronte ad un edificio sacro di rara unità stilistica, degno veramente di una cattedrale.

Il presbiterio è preceduto da una gradinata ed è separato dall’aula da una balaustra in marmo bianco di Pove. L’altar maggiore, autore Agostino Rinaldi, è stato posto in opera nel 1891; nel retro un’iscrizione latina ricorda l’inaugurazione: “Altare hoc / VII Kal. Jan. MCMXXXII / Elias Dalla Costa / Eccl. Patav. Adm. AP.US / Ecclesiae Florentinae Archiep.

Electus / Consacravit” (“Il 26 dicembre 1932 Elia Dalla Costa, amministratore apostolico della chiesa patavina e arcivescovo eletto dell’arcidiocesi di Firenze, consacrò questo altare”).

Solenne, raffinato nello stesso tempo, l’altare possiede al centro un elegante tabernacolo in marmo bianco e grigio a forma di tempietto con colonnine in breccia grigia e capitelli corinzi in bronzo dorato. Sopra l’alta cupoletta domina un mappamondo dorato, sormontato da una croce pomata, che è il simbolo del dominio spirituale di Cristo e della sua funzione di Redentore. Ai lati campeggiano due angeli, a tutto tondo, in stile liberty. Sono stati scolpiti da Giovanni Fusato nel 1905.

Nell’abside giganteggia la pala dell’Assunta, con i SS. Prosdocimo e Donato, titolari della chiesa.

La Madonna, che è assisa su un luminoso cuscino di nubi bianche, non sale al cielo, ma viene portata in alto da una schiera di angeli di classica eleganza, ordinatamente disposti attorno a Lei.

Sotto le due figure di vescovi si stagliano su un paesaggio dominato da porta Padova, la più importante della quattro entrate che immettono in città. I due santi indossano la casula, una è bianca segno di purezza dell’anima e l’altra è rossa, a sottolineare il martirio subito da S. Donato.

Entrambi portano la mitra in testa., che ricorda il copricapo dei Leviti e , con le due punte, indica l’Antico e il Nuovo Testamento.

Tutti e due impugnano il pastorale, ricurvo alla sommità, a imitare le fronde di un ramo, allusione al bastone dei re pastori del mondo semitico, pronti a dare la vita per il gregge: questo è forse il più significativo emblema vescovile ed esprime il compito della guida e del magistero. S. prosdocimo ha la barba e i capelli bianchi, segni vivente della sua veneranda età.

La pala è opera del più grande affrescatore operante nel Veneto nel secolo XIX: il bellunese Giovanni De Min (1786-1859), che la eseguì nel 1853. L’opera è realizzata ad affresco su intonaco a massello. Questa tecnica permise all’autore di eseguire il dipinto a casa e poi di trasportarlo a Cittadella.

La monumentale cornice è stata disegnata dallo stesso De Min con risultato di eccezionale coerenza stilistica fra i due elementi.

Si notino le acconciature neoclassicheggianti degli angeli.

Quello seduto ai piedi dei santi regge la palma del martirio. Nella cantoria di sinistra + collocato un prezioso organo costruito da Gaetano Callido nel 1804, a 23 registri, recentemente restaurato.

Dietro l’altare è collocato un elegante coro in legno scolpito, proveniente da altra chiesa, e realizzato probabilmente su disegno di Giorgio Massari (Venezia 1686- 1766).

S. Prosdocimo, di origine greca, visse tra il I e il II secolo dopo Cristo. Si formò alla scuola dell’apostolo Pietro ad Antiochia, assieme a S. Marco e a S. Apollinare.

Seguì l’apostolo a Roma assieme ai compagni. Inviato dallo stesso S. Pietro ad evangelizzare il Veneto, fu il primo vescovo di Padova. In questa città conobbe S. Giustina e i suoi genitori, assistendo al martirio di tutti e tre. Si salvò dalle persecuzioni di Nerone e visse a lungo, addirittura 113 anni, secondo gli storici più accreditati. Il suo corpo riposa in un sacello paleocrstiano accanto alla basilicia di S. Giustina che egli stesso consacrò. Nell’inconografia viene sempre rappresentato con una brocca in mano, per il gran numero di battesimi. La brocca infatti è ”l’attributo” principale del Santo. Il suo nome deriva dal greco e significa “L’atteso”.

S. Prosdocimo è il patrono primario della diocesi di Padova e della parrocchia del duomo di Cittadella e la sua festa si celebra ogni anno il 7 novembre.

S. Donato, vescovo di Arezzo, fu martirizzato sotto Giuliano l’apostata, il 7 agosto del 362. Nacque a Nicomedia e, ancor fanciullo, giunse a Roma da dove fuggì alcuni anni dopo per evitare le persecuzioni di Giuliano di cui era stato amico di scuola. Ad Arezzo, dopo aver compiuto parecchie conversioni e prodigi, fu nominato vescovo; famoso il miracolo del calice spezzato col quale si racconta che, durante una messa, alcuni pagani entrarono improvvisamente in chiesa e gettarono a terra il calice di vetro che andò in frantumi. Intervenne Donato a ricomporre il calice, ma nel fondo manca una notevole sezione rubata dal diavolo, ciononostante il calice continua a servire alla sua funzione, senza che il liquido si disperda. Il fatto stupisce e, a quella vista, ben 109 pagani si convertono.

Quattro settimane dopo però dopo Donato viene martirizzato col taglio della testa. Protettore di Arezzo, le sue reliquie riposano nella celebre arca trecentesca, opera di Giovanni Ferri aretino e del fiorentino Betto di Francesco.

A S. Donato è stata dedicata la prima chiesa di Cittadella nel VII secolo ad opera dei Longobardi, che erano molto devoti al santo.

O. B.


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