Fra tutti gli arredi sacri che ornano il Duomo di Cittadella quello che spicca di più è il grande baldacchino che sovrasta l’altar maggiore. Il nome deriva deriva dalla città di Bagdad, anticamente detta Baldacco ed era un segno di onore. C’erano baldacchini mobili e baldacchini fissi appoggiati su alte colonne, o su aste, per riparare le persone o gli oggetti sottostanti. Nelle antiche basiliche cristiane il baldacchino era fisso e si chiamava “ciborium”. Il più celebre è quello di San Pietro che ricopre l’altare della “Confessione”, opera del Bernini. Oggi il baldacchino assolve soltanto una funzione decorativa e onorifica e si usa solo quello mobile che serve per le processioni eucaristiche o per i vescovi.

Il baldacchino fisso del nostro Duomo è un oggetto liturgico che merita di essere ricordato per il suo eccezionale pregio artistico. Appena si vede colpisce per la sua ricca e laboriosa composizione. Ancora una volta troviamo accentrati in un arredo sacro facilità e ricchezza d’invenzione, buon gusto nella realizzazione artistica e nella maestria tecnica affascinante.

Si tratta – lo ripetiamo – di un paramento di eccezionale bellezza, oltre che preziosità del tutto inusitata, nel quale ritorna quella grandiosità che ha ispirato la costruzione di tutto l’edificio sacro e che è stato foggiato, evidentemente, tenendo accuratamente conto delle proporzioni dell’altare e di tutto il complesso monumentale.

Il baldacchino ha la forma di un ottagono con i lati irregolari, allungato sull’asse mediano e munito di frange e fiocchi alternati in varie altezze.

È in legno scolpito e dorato. Lo realizzò lo scultore Giovanni Gasparoni di Vicenza su commissione della Fabbriceria del Duomo nel 1843. Fu pagato 6.100 lire venete, una somma molto rilevante per quell’epoca.

Il baldacchino colpisce soprattutto per la varia e briosa composizione ed è ricco di simboli ed ornati. Sul lungo gancio che lo tiene sospeso al soffitto si intrecciano una bracciata di grappoli d’uva ed un fascio di spighe di grano, mentre in prossimità della cimasa sporgono verso l’esterno festoni intrecciati di frutta e di spighe di grano, della varietà “spelto”, cioè senza riste, con grappoli d’uva e foglie di vite. Intorno alla cimasa corre una sequenza di foglie d’acanto stilizzate; la cornice è allietata da un festoso volo di cherubini. Nella parte sottostante è dipinto un cielo azzurro cosparso di stelle. Sopra, contornata da un tripudio di raggi dorati, spicca, in prospettiva, la statua della Chiesa che impugna la croce e le sacre Scritture. Nei 4 angoli frontali i simboli degli Evangelisti canonici (il toro di Luca, il leone di Marco, l’angelo di Matteo e l’aquila di Giovanni), affiancano la Chiesa disposti in quadrato a indicare la sapienza umana vivificata dalle ali dell’ispirazione divina: essi sono detti, nel loro complesso, Tetramorfo (Tetrakis), e richiamano a loro volta i 4 elementi. Il Toro è la terra, il leone è l’aquila (Venezia scorgeva nel simbolo del patrono il proprio destino di dominatrice del mare), l’angelo è l’aria, l’aquila che può avvicinarsi al sole senza bruciarsi e il fuoco. Anche i punti cardinali sono naturalmente 4, e 4 i venti principali a essi collegati. Come si può notare, il baldacchino è un oggetto dalla creatività sfrenata, capace di offrire spunti teologici di meditazione con puntuali paradigmi di pensiero.

Fino a pochi anni fa nelle grandi ricorrenze liturgiche si usava far scendere un ampio drappo di damasco rosso, che, partendo dal baldacchino – inteso come corona regale – scendeva alle spalle dell’altare simile a un manto di un sovrano, col quale si imprimeva maggiore prestigio e solennità alle cerimonie sacre.

 


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