La sacrestia del duomo di Cittadella è una vera e propria pinacoteca, dove sono conservati alcuni grandi capolavori della pittura veneta.

L’opera più importante è la “Cena in Emmaus” di Jacopo da Ponte, detto il Bassano dalla città natale (1517-1592). Il quadro misura cm. 235x250 ed è stato commissionato dall’arciprete Pietro Cauzio all’artista il 19 agosto 1537 per l’altar maggiore dell’antica parrocchiale assieme agli affreschi del presbiterio, ora cappella della Concetta.

Si tratta, senza dubbio, del capolavoro giovanile dell’artista bassanese, nel quale egli racconta l’episodio dell’apparizione di Gesù resuscitato ai due discepoli, Luca e Cleopha, incontrati sulla via di Gerusalemme.

L’episodio è descritto nel paesaggio che si vede sulla destra del quadro. La cena si svolge una sera verso l’imbrunire ed è ambientata in una caratteristica locanda della campagna veneta nel primo scorcio del 1500. Al centro spicca maestosa la figura ieratica di Cristo fra i due discepoli che sembrano chiedersi: « Chi è costui? ». Lo riconosceranno soltanto più tardi allo spezzar del pane.

Lo sguardo penetrante del Redentore è fisso in avanti. Sul capo ha l’aureola arcaica a forma di croce che è il simbolo della gloria e alle sue spalle si vede il bordone del pellegrino. Il bellissimo volto ha un’espressione solenne nel momento in cui la destra impartisce la benedizione al pane e al vino, che si trasformeranno, grazie alla transustanziazione, nell’Eucarestia. La penombra della sera incombente permea ogni cosa di significati arcani, mentre nell’orizzonte si spengono gli ultimi bagliori del giorno che mettono in evidenza uno stupendo paesaggio che documenta ambientazioni facilmente riconoscibili come quelle della terra bassanese: sulla sinistra, oltre il portico, scende il fiume Brenta con i caratteristici mulini; sulla destra si nota l’inconfondibile profilo del monte Grappa, ai cui piedi si erge una bellissima città; forse Bassano: tre chiare allusioni al fiume Giordano, al monte Calvario e alla città di Gerusalemme.

È evidente come il quadro si presti ad una doppia lettura: l’una di carattere estetico-formale, l’altra di contenuto teologico-morale.

Sulla tavola imbandita spicca una incomparabile natura morta, che, da sola, potrebbe qualificare il quadro e che si impone per il suo ricco simbolismo mistico. Il pane e il vino sono richiami visibili all’Eucarestia; il pesce rammenta la passione di Cristo; le visciole sono il simbolo del sangue di Gesù, mentre i gamberetti di acqua dolce fanno riferimento alla pesca delle anime. Oggi quei piccoli, simpaticissimi animaletti sono scomparsi del tutto, ma al tempo in cui viveva il pittore si pescavano facilmente nel Brenta, certamente ancora non inquinato.

Nel suo insieme il quadro è anche un fedele racconto di vita cinquecentesca: si notino la fiasca di metallo, il piatto in peltro, la tovaglia e il tappeto ricamato appartenuti al pittore, il modo di vestire dell’oste con stupendi, coloratissimi indumenti dell’epoca.

Gesù e i due discepoli hanno invece vesti romane che risalgono al periodo imperiale di Tiberio.

Con questo capolavoro il Da Ponte rende vivo e palpitante un lontano fatto evangelico ambientandolo in un contesto sociale del suo tempo per riproporlo ai suoi contemporanei. Assai graziosi sono i due animali domestici, anche questi appartenuti all’autore e la rondine appoggiata sulla traversa di ferro, che sembra lì lì per prendere il volo: elemento naturalistico di tenera bellezza.

Il cane e il gatto sono, forse, un riferimento alla lotta che in quel tempo si era scatenata fra cattolici e protestanti. Otto anni dopo che il pittore aveva realizzato questo quadro, infatti, papa Paolo III indisse il Concilio di Trento contro i due grandi problemi del XVI secolo, luteranesimo e calvinismo. Problemi ai quali si aggiunge nel 1534 la defezione della Chiesa di Inghilterra, in conseguenza del contrasto tra il papa ed Enrico VIII che voleva divorziare dalla legittima consorte Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena. Inoltre in Scozia si andava diffondendo il presbiterianesimo di Giovanni Knox, sulla base della dottrina di Calvino.

È risaputo che nella simbologia antica il cane rappresenta la fedeltà e in questo caso la stretta osservanza all’ortodossia cattolica; al contrario il gatto, animale felino dagli istinti subdoli e aggressivi, incarna l’atteggiamento protestante nei confronti della chiesa cattolica. E per finire con i simboli la rondine rimanda con molta probabilità all’incarnazione di Cristo.

Nella parte sinistra del quadro, per far presa rapida e profonda nell’animo dello spettatore, il Da Ponte si è divertito a sottoporre una serie di gustose vignette come la coloratissima figura dell’oste che, in guardinga attesa di essere pagato, mette bene in evidenza la saccoccia dei denari. E più in fondo, sotto il portico, la fantesca intenta ad osservare incuriosita la scena, mentre alza la tenda per rendere partecipe dell’avvenimento anche lo sguattero che indossa un paio di vistosissime calze color rosso cinabro.

Molto belle sono pure le vesti cangianti degli altri personaggi ottenute con il sapiente uso delle striature e soprattutto delle velature, arte in cui i pittori veneti sono stati maestri insuperati. Curiosa è la finestra a vetri, dalla evidentissima prospettiva rovesciata (una licenza poetica?). Notevoli sono anche i ritratti dei due discepoli.

In questo lavoro si condensa il repertorio naturalistico che il Bassano sfrutterà proficuamente. Egli si rivela qui un vero caposcuola, l’iniziatore della pittura d’ambiente, inaugurando anche il suo linguaggio maturo. Egli cerca di rappresentare in quest’opera, con un colore fresco e vivace, una natura intensamente realistica, dove la vita di una rustica umanità, in un paesaggio crepuscolare, assume una coerente significazione di poesia.

Il Bassano fu molto apprezzato dai suoi contemporanei proprio perché grande fu la sua capacità di fondere perfettamente tra loro spiritualità e realismo.


Oscar Brotto


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