Le confraternite, o fraglie come si diceva in antico, unioni di fedeli erette con decreto formale dall’autorità ecclesiastica locale, ed organizzate gerarchicamente, avevano per scopo l’esercizio di opere di pietà e di carità e l’accrescimento del culto pubblico: avevano sede in una chiesa, oratorio o cappella e i loro aderenti indossavano un proprio abito o almeno un distintivo.

Quando, per concessione pontificia, esse potevano aggregarne altre, allo scopo di comunicare i propri benefici spirituali, prendevano il nome di arciconfraternite. Così, in sintesi, si possono definire queste organizzazioni alle quali appartenevano sia gli ecclesiastici che i laici, ed a cui erano ammesse anche le donne, che non partecipavano però al culto pubblico, ma godevano delle indulgenze e degli altri vantaggi spirituali concessi al sodalizio.

Sorte dapprima come semplici unioni di fedeli, molte volte a lato di ordini religiosi monastici o mendicanti, assunsero man mano una fisionomia caratterizzata in particolar modo dall’autonomia e da una propria gerarchia, ma dipendenti per il culto e per le attività spirituali in genere dall’autorità ecclesiastica.

Lo scopo di queste confraternite era essenzialmente quello del culto a Dio, alla Vergine, ai Santi o a qualche mistero di fede, ma ciò non toglie che alcune si siano distinte o rese famose per le loro opere benefiche, come la fraglia della Santissima Trinità dei Pellegrini che accolse centinaia di migliaia di “romei” che dal Nord Europa transitavano per raggiungere Roma, e quella di San Girolamo della Carità, che praticava la beneficenza in tutte le forme possibili, dall’assistenza ai carcerati alla distribusione di pane ai poveri.

Le corporazioni o le scuole di arti e mestieri intitolavano la loro confraternita per lo più al santo protettore del loro mestiere o del loro commercio: a S. Eligio vescovo erano dedicate quelle dei ferrari e degli orefici, a S. Bartolomeo quella dei “vaccinari”, a S. Biagio quella dei cardatori di lana, ai SS. medici Cosma e Damiano quella dei barbieri, che esercitavano anche la bassa chirurgia.

L’organizzazione gerarchica delle confraternite era composta da un dignitario, da ufficiali di primo ordine, di secondo ordine, di fratellanza comune e del ministero. Il dignitario era sempre l’arciprete o l’autorità ecclesiastica più elevata che « . . .con la sua autorità difende in tutte le occasioni con i suoi lumi e saggi consigli e regola il regime e ne procura il maggior incremento a gloria di Dio e della sua Religione Santissima ».

Tutti i confratelli si impegnavano per le cerimonie sacre o per le congregazioni e precedevano, vestiti in apposita livrea, processioni, funerali e cortei del sodalizio. L’abito confraternale, detto “cappa” o “sacco” o “veste”, aveva grande importanza perché era uno dei principali simboli identificativi. Esso doveva essere benedetto e consegnato ufficialmente con un apposito rito perché era un richiamo, ricordava la veste del battesimo e quindi la dignità sacra di ogni battezzato.

L’abito o cappa si componeva di una tunica, che ricordava quella indossata da Gesù nella sua Passione Redentrice; di uno scapolare, cioè lo “stolone”, simbolo anch’esso che si è rivestiti di Cristo e sottomessi a Lui; la corona del rosario; la cintura di cuoio; la mantellina e lo stemma, ossia il sigillo. Tutte le cappe dovevano avere il cappuccio perché era segno di umiltà e di nascondimento.

Sotto il cappuccio abbassato infatti una persona nascondeva la sua identità e manteneva il segreto delle buone opere, non costringendo il beneficiato a ringraziare.

Il colore della cappa era determinante.

Si usava il bianco, che era il colore delle prime cappe indossate dai flagellanti medievali; il rosso simbolo di regalità; il verde che esprimeva umanità e l’azzurro che richiamava la divinità. Il nero era usato dalle confraternite della Buona Morte ed era segno di lutto. Ma un lutto inteso nel senso cristiano del termine, come simbolo della terra da cui ha principio la vita e alla quale si torna con la morte.

Ovviamente si usavano anche altri colori, che, di norma, si intonavano al colore di vestiti del santo protettore.

La confraternita del SS. Sacramento o del Corpo di Cristo, come comunemente si diceva, era la più numerosa e la più antica, si occupava dell’altar maggiore del duomo e fu l’unica a sfuggire alla sopppresione napoleonica, appunto per il servizio che essa prestava.

A Cittadella le confraternite erano numerose e tutte avevano la sede presso l’altare del loro santo patrono, per il quale assumevano la manutenzione, il rinnovo degli arredi, talvolta sostenevano anche le spese per la presenza di un cappellano o per iniziative quali la sagra e la processione.

Il monte di pietà, per esempio, manteneva al suo altare un sacerdote per la messa quotidiana con la rendita di oltre 1000 ducati depositati nel monte stesso.

Dei 13 altari presenti nella vecchia arcipretale, ben 11 erano diritto di fraglie o di privati.

L’altare di San Luca, che tuttora si può ammirare presso la cappella della Concetta, era sotto l’alto patronato della nobile e ricca famiglia dei Fontaniva.

Al momento della soppressione napoleonica si contavano le seguenti 15 confraternite: 1) Santa Maria della Disciplina, istituita dai carmelitani (duomo); 2) Santissima Concezione (chiesa di S. Francesco); 3) del Cordone di S.

Francesco (chiesa di S. Francesco); 4) Santissimo Nome di Gesù (duomo); 5) Santa Maria del Suffragio (chiesa del Torresino); 6) Santissimo Sacramento o Corpo di Cristo (duomo); 7) Sant’Antonio di Padova (duomo); 8) del Santo Rosario (duomo), 9) della Buona Morte (duomo); 10) delle Anime del Purgatorio (duomo); 11) della Luminaria (duomo); 12) San Giuseppe (la più recente - duomo); 13) Santa Maria della Salute (chiesa del Carmine, dove gestiva anche un piccolo ospedale); 14) Santa Maria di Loreto (duomo); 15) del Signore (chiesa del Torresino).

Anticamente esisteva anche la fraglia di Sant’Antonio di Vienne, che a un certo momento si fuse con quella del Santissimo Sacramento.

La confraternita di S. Antonio di Vienne, conosciuto anche come S. Antonio abate o del porcellino (perché questo animale domestico è uno dei simboli che contraddistinguono il santo assieme al bastone a forma di tau, con il campanellino), faceva capo anch’essa alla chiesa arcipretale.

S. Antonio abate era molto venerato nelle nostre campagne essendo il protettore degli animali. Non c’era stalla, casa colonica o ambiente rurale che non avesse esposta bene in vista una sua immagine, quasi sempre munita di un piccolo altarino per i fiori e il lumicino ad olio. Ci occuperemo più avanti e più diffusamente di questo santo che tanta parte ebbe nella storia di Cittadella.

Nel secolo XIX venne istituita la fraglia della Concetta.

Per concludere questo breve profilo storico sulle fraglie cittadellesi si riportano i capitoli che regolamentavano le attività della confraternita o compagnia del SS. Rosario, istituita il 25 dicembre 1584: « 1) Che si facia ogni prima del mese la processione a’ quell’hora che sarà più comoda al popolo.

2) Che si debba tenere una cassa quall’habbia sopra tre chiave, d’esser tenute una per il molto rerevendo messer arciprete, una per il prior della compagnia et la terza per uno delli massari, overo consiglieri della detta compagnia.

3) Che tutte l’ellemosine quali saranno date a detta compagnia siano poste in quella cassella, né siano spese senza il consiglio delli deputati sopra di questo.

4) Che quando occorrerà la morte di persona alcuna della compagnia del detto Santissimo Rosario siano datti quindese botti con la campana granda, acciò siano avisati tutti quelli della compagnia, acciò dicano tutto il rosario per l’anima sua.

5) Che si porti il confallone della Madona a tutti quelli che morirano della compagnia.

6) Che siano fatti quatro anniversarii ogn’anno per l’anime di tutti li morti di detta compagnia, sì come comandano li santi pontefici, come appare nel libretto di detti pontefici ».

N.B. Le citazioni sono tratte da ARCHVIO PARROCCHIALE DEI SS.

PROSDOCIMO E DONATO, busta 2, fasc. 2. Trascrizioni di Luigi Sangiovanni. Fotografie di Giancarlo Argolini. I sigilli delle confrarternite qui riprodotti sono esposti, assieme ad altri, presso il Museo del Duomo.

Oscar Brotto


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