Ecco un altro capolavoro della nostra pinacoteca parrocchiale.

Sulla parete est della sacrestia, accanto alla finestra, è appesa una “deposizione” di Andrea da Murano (Murano 1430-Castelfranco 1510), un pittore validissimo e importante, ma poco noto, se non ai cultori di storia dell’arte. Andrea da Murano appartenne a una famiglia di pittori.

Era nato appunto nella grande isola della laguna veneta e la sua attività è documentata dal 1462 al 1502. Fu aiuto di Bartolomeo Vivarini alla Scuola Grande di S. Marco. Sulla sua formazione artistica influirono molto gli affreschi di Andrea del Sarto, che egli studiò nella chiesa di S.

Zaccaria di Venezia. Famoso è il trittico che lui dipinse nel 1484 per la parrocchiale di Trebaseleghe.

La sua pittura, marcata e dura, influenzò parecchi pittori suoi contemporanei.

La pala di Cittadella raffigura il pianto della Madonna sul Cristo morto, deposto per terra fra Giovanni Evangelista, la Madonna e altre dolenti, mentre il san Giuseppe all’estrema sinistra è un’aggiunta settecentesca ed è stata conservata dal recente restauro perché “essa non incide negativamente sul complesso della scena”.

È stato il grande critico d’arte Federico Zeri, nel 1968, ad attribuire questa tavola ad Andrea da Murano, che la realizzò dal 1480. Fu eseguita su commissione del Comune di Cittadella per l’altar maggiore della chiesa del Torresino. Si tratta di un “vesperbild” (immagine del vespro) di grandi dimensioni – cm. 137x206 – d’incredibile potenza drammatica. Ma i contrasti cromatici non sono violenti.

La tonalità che prevale è il verde-azzurro che si intravede sui declivi dei monti e sulla campagna. Il gruppo sacro occupa il primo piano della scena che si completa con la descrizione di un paesaggio montuoso, tutto formato da rocce e che ha una sua continuazione in una città ricca di mura, di torri, di campanili e perfino di un anfiteatro, collocata al colmo di un monte un po’ più basso ai piedi del quale si diparte un fiume sinuoso che determina la profondità (il Giordano?).

Originali i due speroni rocciosi che, come braccia possenti, avvolgono la scena facendo convergere tutta l’attenzione sul gruppo sacro.

Le figure dei protagonisti sono dotate di una carica espressionistica che li apparenta abba stanza strettamente con le terrecotte sacre di Minello dei Bardi, attivo nel territorio veneto, soprattutto a Padova.

Insolita e commovente è la veste nera della Madonna, che rende esplicita la muta disperazione della Madre di fronte al Figlio morto. In questa fase espressiva il pittore raggiunge una estrema drammatizzazione dei soggetti. Ogni cosa e persona emerge in una lettura netta e crudele: l’accordo straziante tra il corpo livido di Cristo trattato con secco plasticismo e la figura della Vergine sullo sfondo dei monti spettrali; l’inserto freddo del cielo dopo la tempesta; Giovanni, che sulla destra, ritto, con le mani giunte, lacrima; china con gli occhi smarriti è la Maddalena genuflessa. Il sole vince di quando in quando i lunghi cirri opprimenti e brividi di freddo passano per l’intero paesaggio.

Ma certamente il brano più notevole di tutto il dipinto resta quella straordinaria, incredibile città incantata (Gerusalemme?) di sorprendente modernità, degna del pennello metafisico di Giorgio de Chirico.

Il quadro è uno dei “pezzi forti” della pinacoteca parrocchiale.

È dipinto su tavola massiccia ed è conservato entro una teca di vetro per proteggerlo dagli sbalzi di umidità e di temperatura.

Oscar Brotto


"Per un pugno di dollari"


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