In questo numero del Bollettino Parrocchiale prendiamo in esame due momenti salienti della Passione di Cristo, attraverso la lettura di due stupende opere d’arte custodite in due chiese della nostra città. Si tratta di una “Flagellazione”, conservata nella sacrestia grande del Duomo e di un Crocifisso appeso nella chiesa del Carmine, in borgo Padova.

Nel primo caso ci troviamo di fronte ad una grande tela di cm. 258x175, proveniente da enti soppressi durante il periodo napoleonico e acquistata dalla Fabbriceria di Cittadella assieme ad altri due quadri per arredare la nuova sacrestia, quella attuale, finita di costruire intorno al 1846. Le cornici dei dipinti sono opera del falegname cittadellese Francesco Berti e nell’archivio parrocchiale si trova questa fattura di pagamento: “Per aver fatto li due telai dei due quadri, costruiti di ponticello per inpunature a pendola a comodo della tiratura dei suddetti quadri in opera nella nuova sacrestia, di fattura austriache lire 12,50”.

La tela è attribuita a Palma il Giovane, pseudonimo di Jacopo Negretti, pronipote di Palma il Vecchio (Venezia 1544- 1628). Palma fu un tipico rappresentante della pittura veneta della fine del 1500. Il suo colorismo chiaroscurato fece scuola per molti anni e questa “Flagellazione” ne è un tipico esempio.

La positura obliqua delle due figure determina il dinamismo della composizione, reso ancor più efficace dal sincrono movimento delle gambe, dalla torsione delle braccia nerborute del soldato, dal diverso livello di Cristo che ascende verso la luce. Violenti sono i contrasti di chiaroscuro. La luce batte sul corpo di Cristo e sulla sua testa piegata: campo luminoso che si contrappone ai rossi accesi del manto del soldato. Il corpo del Redentore raggiunge un effetto a spirale. Tramite l’uso di un fortissimo scorcio, Cristo diviene una figura tridimensionale, quasi sospesa nel vuoto.

L’accentuato uso della luce, che taglia le tenebre, infonde una acuta drammaticità alla scena; un senso di sgomento e di incredulità coglie chi guarda.

Ci si trova di fronte, senza dubbio, al racconto pittorico più drammatico di tutta la pinacoteca.

Ma l’affetto amoroso verso il Cristo flagellato, che coglie l’animo dell’osservatore, è davvero dirompente. Un afflato di pietà e di sincera gratitudine pervade l’animo del riguardante.

Lo stato attuale di conservazione richiederebbe però l’intervento di qualche generoso mecenate che si assumesse il compito di provvedere ad un restauro conservativo dell’opera, o, quantomeno, a una sua ripulitura.

Per quanto concerne il Crocifisso del Carmine, diciamo subito che si tratta del più bel Crocifisso scolpito in legno di tutta la diocesi di Padova. Ne esiste un altro dello stesso autore conservato nel duomo di Este, ma quello di Cittadella è considerato dagli esperti decisamente il più bello.

Lo scolpì Francesco Terilli (Feltre 1584-1635), scultore che accompagna molto spesso la sua firma con l’aggettivo “Feltrensis” per sottolineare appunto le sue origini. Egli subì l’influsso del grande scultore trentino Alessandro Vittoria e le sue opere sono sparse in tutto il territorio veneto e in numerosi musei esteri.

È evidente che il Crocifisso del Carmine si ispira per molti aspetti ai modelli cinquecenteschi, ma più accentuato si fa l’arco del corpo consunto e l’abbandono della testa. Il Cristo sfinito dall’atroce soffrire pende dalla croce ed è rappresentato come un uomo degno di compassione. La luce che lo avvolge, girando intorno, contrasta con l’ombra dei contenuti rilievi, e il chiaroscuro modella pacatamente la struttura anatomica, che non è mai eccessiva, ma sempre fine e sensibile.

La posizione della testa fa pensare che questo Crocifisso dovesse essere visto forse dal basso. Comunque, da ogni lato lo si osservi, il luminismo nel corpo allungato e flessuoso si fa vibrante e rende acutamente drammatico l’Uomo della Croce. Tutto in questa scultura è essenziale: nessuna distrazione decorativa. La macabra realtà della morte rende solenne l’immagine del Redentore.

Nel corpo del Crocifisso non è visibile alcuna traccia di superiorità, ma unicamente le conseguenze di una terribile sofferenza, suggerita dall’autore più che gridata.

Il sacrificio si è compiuto: l’umanità è redenta.

Oscar Brotto


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