Un bicchiere di vino genuino, bevuto e gustato con moderazione, dà una scossa vitale al nostro corpo e ci infonde un senso di benessere e di pace. Parlo di un solo bicchiere non di tanti che inevitabilmente portano all’ubriacatura e se avviene spesso l’individuo diventa alcolizzato.
Ma quante persone si domandano che cosa comporta quel liquido benefico sul piano di fatica, lavoro e sudore dell’agricoltore che lo produce?
Il lavoratore agricolo, durante l’invernata, pota le viti, pianta i pali di sostegno al filare e sistema il tutto in funzione del risveglio primaverile. I tralci, tra fine marzo ed aprile, emettono i viticci e i pampini, si sviluppa il fogliame e compaiono numerosi i graspi ripieni di infimi acini verdi.
Il colono sa che a tempo debito dovrà irrorare le viti con solfato di rame e talvolta inzolfarle per prevenire l’infiltrazione di peronospora e filossera, malattie assai dannose al vigneto. Poi l’estate irrompe con la sua forte calura che fa ingrossare e maturare gli acini ripieni di un dolce liquido che piace tanto ai bimbi.
Quando giunge il tempo della vendemmia c’è tutto un fervore di attività nelle case coloniche: si prepara il tino in cui verrà pigiata l’uva e dove fermenterà il vino, si lavano e si disinfettano le botti della cantina, si allestisce il vetturo e si preparano le ceste per la raccolta del frutto autunnale. Fissato il giorno tutti i famigliari, compresi i bimbi, vanno sotto i filari a staccare i grappoli, li mettono nelle ceste che, ripiene, vanno versate nel vetturo. C’è un clima festoso; si chiacchiera, si canta e si ride. Ultimata la raccolta il prodotto viene versato nel tino e poi robusti giovanotti, a piedi nudi, pigiano quel prezioso ben di Dio e ne esce il dolce mosto.
Entro una settimana si compie la fermentazione, dopo di che si spilla il vino con cui vengono riempite le botti nella fresca cantina.
Qui da noi si produceva l’ottimo CLINTO, un vino schietto, di color rosso rubino, di medio grado alcolico e molto gradito al palato dei Veneti. Esso si accompagnava bene al vitto campagnolo ma non si doveva abusarne.
Ora la coltivazione della vite è sparita dal nostro ambiente e le colture campestri sono molto diverse da quelle del passato, perciò siamo costretti a bere vini di importazione, costosi e dal boccato non sempre gradito.
Ricordo con simpatia un sonetto dello Zanella intitolato: “Egoismo e carità” in cui l’Autore decisamente aborre la superbia dell’alloro, pianlussureggiante e sempreverde che fa bella mostra nei giardini, ma che non dà alcun vantaggio pratico, mentre elogia la generosità e carità della vite che rende felice il vecchio seduto accanto al fuoco mentre centilina un bicchier di vino. Inoltre con i suoi tralci nudi, nel duro inverno, ripara le erbe sottostanti quasi a volerle proteggere dal freddo. Il poeta, con i suoi versi, fa riferimento a due aspetti molto significativi ed evidenti nell’attuale modo di vivere della gente.


M.B.

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