“Stabat Mater dolorosa Juxta crucem lacrimosa, Dum pendebat Filius”.

Con questa tremenda terzina Jacopone da Todi inizia il suo celeberrimo “Stabat Mater”, composto verso la fine del 1200, quando da frate laico si trovava nel convento francescano di San Lorenzo Collazzone presso Todi, dove morì nel 1306.
Questa laude alla Madonna Addolorata è un vero e proprio monumento letterario, scritto in lingua latina quando già in tutta Italia si stava diffondendo la parlata volgare.

 Immediatamente però la cultura popolare se ne impossessò e la Chiesa lo fece suo. Anche la melodia risale al sec. XIII e probabilmente deriva da una antica laude umbro-marchigiana.

Nel corso dei secoli lo Stabat Mater è stato messo in musica parecchie volte, ma il più famoso e forse anche il più bello è quello musicato da Giambattista Pergolesi, nel 1736, a cui si ispirarono tanti altri compositori, compreso il grande Johann Sebastian Bach.

Lo Stabat Mater si compone di una ventina di strofe che vengono cantate tra una stazione e l’altra della Via Crucis, una pratica liturgica che si recita ogni venerdì di Quaresima in preparazione alla Pasqua.

Ma cos’è la Via Crucis? È un modo di rivivere spiritualmente il viaggio fatto da Gesù dal Pretorio dove fu condannato, al Calvario dove fu crocefisso, e sepolto. In questo viaggio si compie la manifestazione dell’amore che Gesù portò agli uomini fino a morire per loro e meditarlo non può non essere proficuo per il cristiano, specialmente quando la sua anima è avvolta dalla lotta e dal dolore. Mentre il meditare la Passione di Cristo fu l’oggetto di tutti i cristiani in tutti i tempi, l’esercizio della Via Crucis con 14 stazioni o fermate, di epoca piuttosto recente, è divenuto familiare nella Chiesa solo nel Settecento.

Alcuni devoti, avendo visto come i Francescani di Gerusalemme accompagnavano i pellegrini a visitare i luoghi bagnati dal sangue del Redentore, vollero ripetere spiritualmente questo viaggio in Occidente con preghiere e considerazioni, e qualche volta, come a Monte Varallo, con l’erezione di appositi monumentini. Anche a Monselice si trova una bella Via Crucis che dalla piazza porta alla cima del colle passando davanti al vecchio duomo; la chiesa della Madonna della Pieve di Chiampo conserva una notevole rappresentazione statuaria in bronzo, a grandezza naturale, realizzata nel 1989 su progetto di F. Zecchin, dall’opera di 7 scultori. Il percorso si snoda entro un parco botanico, in una cornice di alberi pregiati e simbolici, come il cedro dell’Himalia, quello del Libano, l’olivo o il cipresso.

Per la Via Crucis si ebbero in principio vari metodi con un numero diverso di fermate, poi questa di quattordici prevalse ed oggi è l’unica approvata.

Comprende ricordi tolti dal Vangelo e dalla tradizione, più o meno remota, con l’unico scopo di favorire la devozione.

La Chiesa incita ad erigere la Via Crucis in ogni ambiente sacro concedendo l’indulgenza plenaria, ossia la remissione di tutti i peccati, a chi confessato e comunicato, la pratica con devozione. Come si diceva la Via Crucis è composta di 14 quadri che possono essere dipinti su tela, scolpiti su marmo, plasmati in ceramica o plastica, con lo scopo di suggerire ai fedeli il soggetto dell’esercizio religioso.

Agli artisti è sempre stato affidato il compito di interpretare i misteri. Forse la più bella Via Crucis che sia stata mai dipinta è quella che Giandomenico Tiepolo realizzò nel 1749 per la chiesa di San Polo a Venezia.

Mirabili sono le 14 stazioni allineate una dopo l’altra nello splendore della loro policromia.

Nel nostro duomo le stazioni sono segnate da altrettante croci in marmi policromi incastonate sulle semicolonne della navata. I vecchi quadri con le immagini della Via Crucis sono riproduzioni oleografiche tratte da originali del Piazzetta e sono ora custoditi nel museo del duomo (campanile). Un’altra serie di Via Crucis, dovuta al copista del piemontese Luigi Morgari, è custodita nella chiesa del Carmine. In duomo, nella cappella della Concetta, si può ammirare invece la Via Crucis in ceramica, realizzata dalla concittadina Rina Parolin che fu insegnante d’arte per tante generazioni di cittadellesi e che dedicò tutta la sua vita a favorire le vocazioni missionarie.

Essendo una devozione “recente” è chiaro che la Via Crucis si trova sviluppata nella storia dell’arte dei soli due ultimi secoli; però alcune stazioni che riguardano fatti principali della vita di Gesù, come per esempio la crocifissione, sono stati trattati molte volte con varietà di intenti. Alcuni artisti hanno voluto rendere il carattere storico: campi ampi, personaggi numerosi, espressioni diverse con un bel corredo di fantasia.

Altri hanno voluto eliminare o ridurre in modo radicale tutto ciò che poteva distrarre dal soggetto principale, come per esempio la nota “derisione di Gesù” nella celletta del convento di San Marco a Firenze, dove il Beato Angelico, con geniale audacia, ha ridotto i carnefici ad una mano che percuote, ad una bocca che sputa per poter far emergere la figura maestosa del Redentore, che paziente, con gli occhi bendati, sopporta questo momento di umana aberrazione. È evidente che per il Beato Angelico la figura di Cristo doveva dominare in ogni quadro in modo da innalzare l’anima a devozioni mistiche.

Gesù è insieme e Dio e Uomo, riveste un corpo mortale, ma è investito della sua potenza cosicché questo deve riflettere un’espressione che superi quella degli altri individui, sia nella gioia che nel dolore. Come uomo al momento della Passione, aveva circa 30 anni, era di forte costituzione, di un aspetto attraente, maestoso, dominatore degli altri con lo sguardo e con il portamento, avvolto di mistero per i miracoli che operava e per la dottrina nuova che insegnava. Al momento di iniziare il viaggio al Calvario era affaticato per il lungo interrogatorio, tenuto durante la notte stessa dai capi del popolo ebraico, per la flagellazione e coronazione di spine presso Pilato, ed era grandemente rattristato per lo sbandamento dei discepoli e soprattutto per la privazione della presenza del Padre come nei peccatori.

Il suo dolore, però, era contenuto e sereno perché da se stesso aveva scelto questa morte per la redenzione dell’umo.

E proprio nel momento di morire Gesù rivolge la parola anche ai malfattori, specialmente a quello che, ravvedendosi, si era raccomandato a Lui: « Gesù, ricordati di me quando sarai giunto nello splendore del tuo regno », a cui Gesù rispose: « In verità ti dico oggi sarai con me in Paradiso ». Come non vedere l’intera umanità rispecchiata in quel ladrone?  Oscar Brotto


"niente paura"


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