È un detto ormai vecchio e scontato che i musei sono i “cimiteri dell’arte”. Per forza di cose la raccolta degli oggetti e delle opere d’arte in locali più o meno adatti, sia pure cercando di offrire un minimo comune denominatore di sopportabili possibilità di collocamento e di illuminazione, ha dei lati negativi, rispetto al significato e alla resa che può avere l’opera d’arte quando è vista nelle condizioni e nel luogo per i quali è stata creata; ma quante volte si realizza questo miracolo? Quante volte invece è stato necessario togliere le opere dal luogo al quale erano state destinate per salvarle? Cosa si poteva fare per proteggerle, mantenerle, per poterle godere e studiare, se non adunarle in un locale che le accogliesse in modo definitivo? Premesso questo, ci pare che la legittimità dei musei sia provata dinanzi a qualunque obiezione. È chiaro che il discorso che facciamo riguarda i musei di arte sacra, anche se sotto alcuni aspetti si potrebbe applicare ai musei etnici o di tecnica e di meccanica, eccetera, che si rivolgono ad un pubblico ristretto e specializzato.

Noi viviamo, quasi senza rendercene conto, in un’epoca veramente eccezionale per ciò che riguarda la ricerca, gli studi e gli strumenti per l’indagine e la conoscenza dei tempi trascorsi.

Si può dire che non è mai stata presente alle generazioni precedenti, come lo è alla nostra, l’immagine del passato, un’immagine presumibilmente assai prossima alla realtà.

Il fatto è che ciò che pareva mitico, favolosamente lontano, oggi si mostra a noi nei musei in una prospettiva nuovissima, quasi contemporanea.

Ed è un inestimabile risultato che allargando le nostre cognizioni arricchisce il nostro spirito, acuisce la nostra sensibilità, illumina la nostra esperienza.

Con questo sentimento fervido ed attivo noi dobbiamo avvicinarci a ciò che ci fu lasciato come il documento più probante dei sentimenti immutabili dell’animo umano, e cioè all’opera dei pittori, degli scultori, degli architetti che ci precedettero. In queste pietre, in questi bronzi, su queste mura e queste tele è scritta la vera storia dell’uomo, con le sue speranze, i suoi dolori, i suoi sentimenti più intimi, identici ai nostri.

Dove possiamo conoscere questi documenti rimasti a noi dai secoli trascorsi, gustarli e studiarli se non nei musei? Ecco allora il museo parrocchiale di Cittadella, auspicato da mons.

Antonio Miazzi, concretizzato da mons. Luigi Rossi e portato alla massima espansione da mons. Remigio Brusadin.

Attualmente il museo sta per essere completato.

Si snoda dalla sacrestia nuova, dove è raccolta una preziosissima collezione di dipinti rinascimentali veneti; prosegue nella cappellina della Concetta con gli affreschi trecenteschi raffiguranti i quattro Evangelisti ed eseguiti in perfetto stile gotico internazionale; continua attraverso i vari piani del campanile; si entra poi nella ex sala Pio X e nella ex casa delle suore indiane.

È previsto il suo ampliamento nell’ala che è attualmente occupata dal giudice di pace.

Il museo comprende opere preziosissime che vanno dal XIV secolo ai giorni nostri ed offre un’ampia varietà di manufatti e oggetti sacri, tra i quali alcuni stupendi reliquiari di alta oreficeria veneta. Il museo sarà aperto al pubblico quanto prima.

Il lavoro da fare ora è di cercare con ogni mezzo efficace di propagare quelle nozioni sufficienti perché il pubblico possa iniziare per conto suo il colloquio con le opere d’arte e finalmente averne quella rivelazione che solo può dare la creazione geniale. Ed è un lavoro da fare nei due sensi: avviare quelli che chiaramente sono restii, interessarli, istruirli perché visitino il museo parrocchiale e ne traggano piacere e profitto; aiutare quelli che lo frequentano di già, approfondendo la loro conoscenza, favorendoli anche con facilitazioni materiali, perché abbiano sempre più soddisfazione nella loro volontà di imparare.

Oscar Brotto

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