Il 17 gennaio è la festa calendariale di sant’Antonio abate.

Egli è stato il primo monaco, il primo eremita, il primo che decise di vivere da solo nel deserto nella contemplazione di Dio.

“Il padre dei monaci” ha sperimentato la lotta di se stesso contro il male (le proverbiali “tentazioni di sant’Antonio”), ma anche e soprattutto il conforto della grazia, la gioia e l’attrazione costante verso Colui che è nei cieli. Scriveva sant’Atanasio, patriarca di Alessandria d’Egitto (Vita, prol. 3), vedendo in lui l’ideale del cristiano: “Per i monaci la <sua> vita è un esempio sufficiente di ascesi”. Per Giovanni Crisostomo la sua vita è il Vangelo messo in pratica.

Nato a Koma (Alto Egitto) circa l’anno 251 d.C., verso il 271 Antonio vende tutto quello che ha ereditato dai genitori e comincia a frequentare un asceta del suo villaggio. Nel 273 si ritira in un sepolcro dove resta per ben tredici anni.

All’età di 35 anni, dopo molti “assalti dei demoni”, desidera praticare un’ascesi ancor più radicale e si rinchiude in una fortezza abbandonata: vi rimane per vent’anni. A questo punto accoglie alcuni discepoli e si reca anche ad Alessandria per sostenere la fede cristiana in quel momento sottoposta a terribili prove. Nel 312-313 raggiunge il monte Kolzim, nel deserto arabico, a tre giornate di cammino dal Nilo. Da questa montagna scende solo per risanare gli infermi e istruire chi si reca da lui. Nel 338, su richiesta dei vescovi, Antonio ritorna ad Alessandria dove confuta le tesi dei cosiddetti Ariani.

Muore sulla sua montagna il 17 gennaio 356, alla bella età di circa 105 anni.

Dicevamo della “Vita” scritta da sant’Atanasio; l’opera, risalente al 357, un anno appena dopo la morte di Antonio, venne tradotta in latino già prima del 370, così da influire sulla conversione di san Girolamo e di sant’Agostino (ma anche di quel san Martino di Tours ricordato nel precedente numero del Bollettino).

A sant’Antonio abate sono attribuite sette lettere, tramandateci in qualche frammento in lingua copta e in versioni latine e orientali. Esse confermano numerosi passi dei discorsi contenuti nella “Vita”, gettando inoltre nuove luci sulla personalità del santo che si rivela teologo ispirato. A coloro i quali vennero a trovarlo dopo il suo secondo periodo di clausura Antonio disse: “Non preferite alcunché di quanto è nel mondo all’amore di Cristo” (“Vita”, 14,7).

A partire dall’XI secolo la devozione a sant’Antonio e la sua iconografia hanno ricevuto nuovo impulso, in Occidente, grazie alla translazione delle reliquie alla località di La Motte- Saint Didier (in Francia, dipartimento dell’Isère), mutata quindi in Saint Antoine-en- Dauphiné. Si trattò del terzo “viaggio” del corpo del santo, dopo il primo dal suo monastero ad Alessandria (561) e il secondo, al tempo dell’avanzata araba, da Alessandria a Costantinopoli.

Qui l’imperatore bizantino decise di ricompensare un certo Jocelin, cavaliere francese, donandogli i resti del santo che il cavaliere avrebbe poi portato con sé al suo ritorno in patria.

Altro grande contributo alla fama del santo in Occidente fu dato dalla “Legenda aurea”, opera diffusissima (nel solo ‘400 se ne contano 150 edizioni) del duecentesco fra’ Iacopo da Varagine. Trattando di Antonio ed attingendo da Atanasio, Iacopo racconta molte delle prove cui veniva sottoposto il santo; come questa: « Stando nascosto in un avello, una moltitudine di demonia il conciò sì malamente, che ‘l fante suo il portò in su la spalla, come uomo morto, insino a la villa prossimana. E piagnendolo come morto tutti quelli che v’erano raguntati, essendo addormentati tutti, Antonio si fece vivo e fecesi riportare dal fante al detto avello ».

La conoscenza del santo si accrebbe anche e soprattutto sul versante, diciamo, sanitario.

Egli divenne infatti il santo guaritore del cosiddetto “fuoco sacro” ovvero “fuoco di sant’Antonio” od anche “morbo degli ardenti”, l’ergotismo cancrenoso o convulsivo assai diffuso in Europa tra X e XVII secolo.

Il priorato benedettino dipendente da Montmajour nel quale infine (1083) le reliquie del santo erano state trasportate divenne famoso in tutta Europa.

Verso il 1100 due nobiluomini, guariti dal male, decisero di fondare sul territorio del priorato un piccolo ospedale che, finendo per soppiantare i monaci, divenne casa-madre dell’Ordine degli Ospedalieri di sant’Antonio o Antoniti. Nel corso dei secoli l’Ordine arriverà a possedere ben 360 ospedali (tra i quali si può annoverare quello inglobato nel secolo XIV dal nostro Duomo) che tuttavia, col declinare della malattia, saranno uniti ai Cavalieri di Malta nel 1775, per poi estinguersi nel 1803.

Ed è in relazione agli Antoniti che il porcellino, che noi oggi vediamo ai piedi del santo, assume un’identità storica. All’Ordine era infatti concesso di tenere dei maiali che potevano pascolare liberamente per città e campagne; li contrassegnava un campanello. La tradizione si diffuse anche da noi, tanto che in molti paesi si acquistavano dei maiali che, mantenuti da tutti, venivano poi venduti all’asta nel giorno della festa patronale ed il ricavato investito a beneficio della comunità. Il maialino era considerato sacro; si riteneva infatti che rubarlo portasse disgrazia sicura, come ricorda un vecchio detto: « ghe sucede de tuto, come el gavesse robà el porzelo de sant’Antonio! ».

Fu così che dal XV secolo, nelle raffigurazioni artistiche, oltre alle fiamme provenienti da un membro malato, al bastone e al tau allusivi alle grucce degli invalidi, sant’Antonio abate si trovò accompagnato da un porcellino col suo campanello.

Luigi Sangiovanni

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy.