Proseguendo il nostro piccolo viaggio attorno ai maggiori santi monaci del Medioevo, dopo sant’Antonio abate e san Girolamo, eccoci ora a san Benedetto da Norcia (Norcia 480/90 - Montecassino 547), considerato a ragione come il vero fondatore del monachesimo occidentale. Nato da famiglia agiata, ma profondamente cristiana (sua sorella Scolastica, vissuta dal 480 circa al 547, si consacrò a Dio sin da giovane; fu anch’essa proclamata santa), verso i quattordici anni fu mandato a Roma per affinare la sua educazione.

Disgustato da ciò che vi trovò, decise di ritirarsi dal mondo a Subiaco, luogo impervio e disabitato a suo tempo scelto da Nerone (morto nell’anno 68) per ben altri scopi (fatte realizzare delle dighe sul corso dell’Aniene, si erano formati tre laghi artificiali; soprastanti a quelli l’imperatore pazzoide, per i suoi ozi, fece quindi costruire dei bagni e una villa: da qui il nome Sublaqueum della località).

Appena giunto a Subiaco, Benedetto incontrò un monaco di nome Romano che gli conferì l’abito dei “solitari”, veri e propri eremiti. Visse così per tre anni in una grotta quasi inaccessibile, subendo tentazioni spaventose, tanto da costringerlo a gettarsi nudo tra i rovi. “Attraverso le ferite della pelle, egli espulse dal suo corpo la ferita dell’anima” (san Gregorio Magno, Dialoghi, II, 2).

Passati circa dieci anni, i monaci di una vicina località lo fecero loro superiore, ma esasperati dal suo rigore, tentarono poi di avvelenarlo: Benedetto con un segno di croce infranse la tazza col veleno e se ne ritornò alla sua grotta! È a questo punto, cresciuta la sua fama, che si fa risalire la fondazione tutt’intorno di dodici monasteri, in ciascuno dei quali Benedetto mise un abate e collocò dodici monaci (si noti il numero 12, a richiamare gli apostoli). I Dialoghi ci mostrano monaci di tutte le età e condizioni: pregano insieme e si dedicano ai lavori manuali, analogamente a quanto prescritto dalla cosiddetta “Regola del Maestro” (Regula Magistri), tra le prime se non la prima regola monacale.

Tra i confratelli spiccavano Mauro e Placido. Era questi ancora giovane ed un giorno finì dentro al lago; accorso a salvarlo e abbandonata la riva, Mauro si trovò a camminare miracolosamente sull’acqua; il piccolo Placido poi disse: “Io, mentre venivo estratto dall’acqua, sentivo sopra il mio capo la melote (specie di mantello in pelle di capra) dell’abate (Benedetto) e giudicavo che fosse lui a tirarmi fuori dall’acqua” (Dialoghi, II, 7).

Fedele alla sua “missione” Benedetto, seguendo il confine degli Abruzzi verso sud, a circa 150 chilometri di distanza, raggiunse Montecassino, dove si trovava un santuario pagano ancora venerato dalle popolazioni locali. Ben presto ecco sorgere due oratori: uno dedicato a san Martino di Tours e l’altro a san Giovanni Battista. Di quelle antiche costruzioni, diventate uno dei monasteri tra i più famosi dell’Occidente, non è più possibile trovare traccia: i terremoti, la distruzione operata dai Longobardi (577 o 581 o 589), le riedificazioni successive e infine la seconda guerra mondiale ne hanno completamente stravolta la composizione originaria.

Benedetto non abbandonò più Montecassino: qui incontrò Totila, il re dei Goti (546); qui ebbe una visione straordinaria: una luce nel mezzo della notte e “il mondo intero, come unificato in solo raggio di sole, fu presente in iscorcio davanti ai suoi occhi” (Dialoghi, II, 35). Qui, quando fu giunta la sua ora, Benedetto volle morire in piedi, sostenuto dai suoi discepoli, con le mani rivolte al cielo.

San Benedetto è naturalmente noto per la sua “Regola dei monaci”, un “capolavoro di discernimento e di chiarezza” (Dialoghi, II, 36) – sarà perfezionata successivamente da un altro san Benedetto (era un monaco francese nato ad Aniane circa il 750 e morto a Cornelimunster nell’821) – che diventerà il codice di riferimento di tutto il monachesimo nei successivi millecinquecento anni. Della “Regola” (che trova, come detto, ampia ispirazione dall’altomedievale Regula Magistri) abbiamo ben viva la frase “ora et labora” (“prega e lavora”), anche se la preminenza spetta alla preghiera, rispetto alle occupazioni manuali. Ciononostante ai Benedettini si deve riconoscere – e lo fanno tutti gli storici –, oltre al salvataggio delle opere degli autori antichi nei loro scriptoria (è di loro tipico l’uso di un particolare tipo di scrittura: la minuscola beneventana), un fondamentale intervento per il recupero di terre incolte e improduttive, di bonifica, di miglioramento delle tecniche colturali. Essi hanno contribuito insomma alla civilizzazione culturale e materiale dell’intera Europa.

Nel 1964 papa Paolo VI ha nominato san Benedetto patrono d’Europa.

Fino a non molto tempo fa si ricordava san Benedetto al 21 marzo (“San Benedetto, la rondine sotto il tetto”: preannuncio della Primavera); ora la sua festa è fissata invece all’11 luglio.

 

Luigi Sangiovanni


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