Se pensiamo al famoso enigma della Sfinge (qual è l’animale che da piccolo va a quattro gambe, da grande a due e da vecchio a tre?) ecco risaltare una delle caratteristiche dell’uomo: il volersi muovere comunque.

Ed è col col viaggio, più o meno lungo, che l’uomo riesce a conoscere altri usi e altre terre; col viaggio inoltre può trovare conferme o illuminazioni delle sue credenze più intime, quelle spirituali. Fu nel Medioevo che i viaggi fatti a quest’ultimo scopo, i pellegrinaggi, diventarono sempre più numerosi e frequenti.

La parola latina peregrinatio significa passaggio, sosta in paese straniero. Ma ben presto venne a indicare un viaggio a carattere religioso e culminante nella visita a un “luogo santo”.

Una pratica devozionale questa non sconosciuta al paganesimo (si pensi ai santuarioracoli di Delfi, di Delo, di Pergamo) e che, dopo il 632, divenne propria anche dell’Islam col viaggio a La Mecca. Nel mondo cristiano medievale il pellegrinaggio fu rafforzato dalla teoria detta dello status viatoris dell’uomo, secondo la quale la vita terrena è essa stessa un viaggio verso la casa del Padre, cosicché il pellegrinaggio ne costituisce la principale metafora.

Diceva Iacopo da Varagine (1228 circa-1298): « Il tempo del pellegrinaggio è la presente età, nella quale siamo sempre come pellegrini in battaglia ». E davvero simile ad un soldato il pellegrino era vestito con una propria divisa: un piccolo mantello detto “sanrocchina” o “pellegrina”, un cappello a tese larghe legato sotto il mento (il cosiddetto “petaso”), una bisaccia e il bordone (lungo bastone, sovente munito di punta metallica); sullla via del ritorno spesso poi si appuntava sul petto particolari segni a contraddistinguere la meta del pellegrinaggio (una palma per i pellegrini dalla Terrasanta, una conchiglia per quelli da Santiago di Compostela).

Proprio questi segni di rinoscimento dovevano salvaguardare il pellegrino dagli arresti arbitrari e dalle aggressioni, esentarlo dai pedaggi sui ponti e sulle strade, garantirgli la conservazione dei beni lasciati a casa. Quanto di tutto questo si sia potuto concretamente realizzare non è facile a sapersi.

È un fatto invece che i pellegrini diventarono, assieme ai monaci, la figura caratteristica del Medioevo cristiano. Così ce li definisce Dante nella Vita nova (1294): « Peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della sua patria; in modo stretto non s'intende peregrino se non chi va verso la casa di Sa’ Iacopo o riede.

È però da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de l’Altissimo: chiamasi palmieri in quanto vanno oltremare, la onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepoltura di Sa’ Iacopo fue più lontana della sua patria che d'alcuno altro apostolo; chiamansi romei quanti vanno a Roma ».

La più antica destinazione di pellegrinaggio fu la Terrasanta e in particolare Gerusalemme, laddove si erano consumate la passione, la morte e la resurrezione del salvatore Gesù.

La Demonstratio evangelica di Eusebio di Cesarea (265 circa- 339 circa) ci dice che già prima di Costantino il Grande (imperatore dal 306 al 337) i cristiani peregrinavano a Gerusalemme.

In altra opera (Historia ecclestiastica) lo stesso autore fa i nomi di alcuni pellegrini, sfuggiti miracolosamente alle persecuzioni: Melitone vescovo di Sardi (nel 160 circa), Alessandro vescovo della Cappadocia (nel secondo decennio del III secolo), Firmiano di Cesarea (una ventina di anni dopo).

La prima vera e propria ondata di pellegrini risale tuttavia ai tempi costantiniani, grazie anche a Elena, madre dell’imperatore.

Alla santa donna, giunta in Terrasanta nel 326, è attribuito il ritrovamento della reliquia della Vera Croce; a lei e al figlio (già nel concilio di Nicea del 325 Macario, vescovo di Gerusalemme, aveva ricevuto dall’imperatore il consenso allo sgombero dei luoghi santi dalle costruzioni sopra esistenti) si devono i lavori di costruzione delle tre grandi basiliche, dette appunto “costantiniane”: quella della Resurrezione con le attigue cappella del Calvario e “rotonda” dell’Anastasis; quella dell’Eleona sul monte degli Olivi, luogo tradizionale dell’Ascensione; quella di Betlemme sovrastante la grotta della Natività.

Fu da allora definita la topografia sacra di Gerusalemme e della Terrasanta, le città e i luoghi indicati dalle Scritture, consentendo così a tantissimi cristiani di ripercorrere le tracce terrene di Gesù e di fortificare la propria fede.

Luigi Sangiovanni


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