Sappiamo molto delle opere dei pittori Da Ponte (i Bassano) e soprattutto delle loro frequentazioni cittadellesi ("el relogio sopra la piaza", gli affreschi nella chiesetta di S. Lucia di Brenta, nell'abside della vecchia parrocchiale e alle Porte cittadine, la pala de "La Cena in Emmaus", le tele per i Bigolino e per il podestà Cosimo Da Mosto). E tra gli studiosi che ne hanno scritto vi sono dei nostri concittadini1. Eppure, frequentando quelle miniere che sono gli archivi, si trova sempre qualcosa di nuovo o, meglio, qualcosa che pur conosciuto consente sempre nuove ipotesi.
Mi sono così imbattuto in un modesto documento datato 19 gennaio 1554, parzialmente edito da Michelangelo Muraro nel suo monumentale "Libro secondo di Francesco e Jacopo Dal Ponte" del 1992, ma a suo tempo sfuggito ai più. Si trova nell'Archivio di Stato di Vicenza, sezione di Bassano del Grappa e ne è autore il notaio bassanese Filippo Angelini, incaricato dal più grande e famoso dei Bassano, Iacopo Da Ponte, a mettere nero su bianco l'inventario dei beni dotali trasferiti a sua sorella Franceschina.
Sappiamo che la dote era fino a poco tempo fa un requisito essenziale per le donne; senza di essa non potevano sposarsi e neppure farsi monache. Vi provvedevano il padre, la madre e, in loro mancanza, i parenti più prossimi.
Ebbene Iacopo consegna a sua sorella la dote; una dote, diciamo, normale; roba ordinaria, che comprende, tra l'altro: "camise sei da donna nuove; uno fazuol de seda da cuna; uno bavaro lavorado; scuffioni 4 de più sorte", ma anche denaro contante in due rate per complessive 272 lire e 12 soldi. Il totale della dote ammonta a 502 lire e 1 soldo: una dote media per quei tempi. E per avere un'idea del suo valore, si ricorda che un falegname o un fabbro provetti percepivano 16-20 soldi (20 soldi = 1 lira) al giorno.
Ma qui interessa lo sposo di Franceschina. Si 1 Mi riferisco al recente "Opere pittoriche dei Da Ponte a Cittadella " di Giuseppe Streliotto, Museo del Duomo di Cittadella, 2012. La foto qui riprodotta è tratta dalla citata opera.
tratta di un sarto ed è un cittadellese che abita a Bassano. Si chiama Iseppo e il suo nome è preceduto dal termine "mastro" in latino "magister" ad indicare la completa padronanza del suo mestiere2; è figlio del fu Giovanni Miazzo o Miazzi ("filio quondam Ioannis Miatii"), uno dei primi cognomi3 nostrani.
Lo sposo è un semplice "artista" (così veniva indicato quello che noi oggi chiamiamo artigiano), capace tuttavia di ottenere la mano della sorella di un personaggio quale Iacopo Da Ponte che, in quegli anni di metà secolo, stava consolidando prepotentemente la sua fama. Che sia stata la bravura di Iseppo a far decidere il matrimonio e non solo la spinta inesauribile di Cupido? Sono indotto a crederlo, soprattutto se si pensa che nella bottega dei Bassano (una vera e propria impresa gestita prima da Francesco il vecchio, poi da Iacopo con suo fratello Giovambattista, infine dai figli e nipoti) nella quale numerosissimi erano i collaboratori diciamo "esterni", nulla era precluso: dalle pale d'altare alla decorazione di opere d'arte minori; dagli affreschi alla misurazione della terra con i relativi disegni; dalla doratura delle cornici ai gonfaloni.
Ed è alla preparazione delle tele per i dipinti e dei gonfaloni di confraternite e di chiese che io penso; soprattutto a questi ultimi: opere di fine sartoria, anche in seta e broccati, di grande effetto visivo e religioso, che Iacopo e la sua bottega hanno realizzato in gran numero un po' dappertutto avvalendosi, forse, delle abilità del nostro Iseppo, diventato ormai uno di famiglia.

Luigi Sangiovanni


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