La mattina di martedì 10 agosto 1423, giorno di s.Lorenzo, l'antica chiesa di S. Prosdocimo (la stessa che nei secoli XVIII-XIX sarà parzialmente abbattuta e conglobata nell'odierno Duomo) doveva essere stracolma di gente. E tra tutte quelle persone si trovavano, affiancati nei primi posti, anche quarantatre consiglieri comunali che erano stati convocati col triplice suono della campana maggiore; li presiedeva Lorenzo Loredan, nobile veneziano e podestà di Cittadella.

Ma perché il consiglio comunale? Cosa doveva decidere? E perché in quel luogo, visto che solitamente le riunioni si tenevano nel palazzo della "loggia" che era la sede del comune, oppure nel palazzo pretorio cioè dove abitava il podestà detto anche pretore? Le risposte richiedono una spiegazione preliminare. Cittadella o meglio la "Magnifica Communitas" (così viene sempre indicata nei documenti latini conservati in archivio), già dalla sua fondazione (anno 1220) rivendicava il diritto di nominare l'arciprete addetto alla sua chiesa principale.
E ciò mediante il cosiddetto giuspatronato derivatole per aver promosso l'erezione della chiesa e il suo mantenimento. Conseguentemente gli arcipreti erano scelti in piena autonomia dal consiglio comunale.
Ecco quindi i motivi di quella riunione straordinaria: si trattava di discutere del nome del nuovo arciprete e la chiesa era il luogo più idoneo all'argomento in discussione. Tuttavia quella volta il caso era molto più ingarbugliato; quella volta Cittadella si era trovata letteralmente scavalcata in quello che riteneva un suo diritto irrinunciabile.
Era accaduto infatti che il vescovo di Vicenza (nella cui diocesi Cittadella è rimasta fino al 1818, per poi passare a quella padovana) aveva conferito la nomina di arciprete a un padovano, un certo prete di nome Servius, il tutto "sine licentia aliqua et consensu communis Citadelle" ("senza autorizzazione e consenso del comune di Cittadella"). Inoltre la nomina era stata fatta addirittura dopo che lo stesso vescovo aveva autorizzato la comunità ad agire come al solito, cioè a sua completa discrezione.
Cosa fare? Semplicemente si doveva decidere se accettare o meno quella nomina calata dall'alto: nomina fatta in netto contrasto con un'antica consuetudine, cioè contro quell'insieme di norme non scritte che a quei tempi, ricordiamolo, prevalevano sulla legge vera e propria.
Così, dopo numerosi interventi da parte di molti consiglieri ("Et supra predictis multi multa naraverunt"), si decise che coloro che accettavano la nomina vescovile dovevano votare mettendo una palla ("ballota") nell'urna ("bussolo") di color rosso; nell'urna verde invece, quelli che la respingevano.
Al termine della votazione furono svuotate le due urne e si vide che in quella rossa, cioè a favore di Servius, si trovavano solo cinque palle. Di conseguenza la nomina fatta dal vescovo di Vicenza venne respinta e, seduta stante, si decise di riunirsi quello stesso giorno, subito dopo pranzo, per fare quanto necessario alla nomina del nuovo arciprete.
Nel pomeriggio infatti vennero eletti quattro eminenti personalità incaricate di proporre un nome sul quale un successivo consiglio sarebbe stato chiamato a esprimersi. Gli eletti erano il venerabile Giovanni (abate del monastero dell'attuale Abbazia Pisani e che allora era componente di diritto del consiglio comunale cittadellese), il nobiluomo veneziano Bernardo Soranzo, il cittadellese Spiera Spiera e un certo Simone Azani1. Non ho rintracciato finora il seguito della storia, ma quel che è certo è che la comunità cittadellese ha continuato a nominare il proprio arciprete (anche incontrando più clamorosi contrasti) quasi fino alla fine del '500, quando entrarono in vigore le norme dettate dal concilio di Trento che attribuirono al solo vescovo ogni prerogativa in merito alle nomine sacerdotali.

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