Uno degli arcipreti del nostro Duomo che merita una ricostruzione storica è sicuramente Pietro Cauzio o Cautio, alla latina.
Il padre di Pietro si chiamava Antonio (morto nel 1501), sua madre Paola. Di lei non si conosce il cognome, così come quello di moltissime donne di quei secoli, visto che anche i registri parrocchiali per lungo tempo hanno omesso di registrarne i cognomi tanto che, quando morivano, venivano identificate col cognome del marito femminilizzato! Pietro crebbe assieme a due fratelli (Francesco e Girolamo) e due sorelle (Antonia ed Elisabetta1).


La data di nascita di Pietro si può indirettamente ricavare da un paio di documenti notarili. Il primo è del 10 settembre 15122: Pietro è testimone di un pagamento e viene identificato come “ser Petro”, cioè “signor Pietro” nel senso laico. Il secondo atto è del 30 aprile 1515. Anche qui è testimone e, assieme al fratello Girolamo, presenzia all’acquisto di una “equa grisia, stellata in fronte, precio et mercato librarum vigintiocto parvorum”3. Ma, per quel che ci interessa, Pietro è ora il “venerabili domino presbitero Petro”4, un sacerdote quindi.
Se nel 1512 Pietro poteva testimoniare vuol dire che aveva già i 20 anni mininimi per intervenire in un atto pubblico; se nella primavera del 1515 era già prete vuol dire che aveva già compiuto i 25 anni mininimi allora richiesti per l’ordinazione sacerdotale. Ecco perché possiamo collocare la sua nascita almeno all’anno 1490.
A riprova della sua maggiore età il 24 novembre di quello stesso 1515 Pietro fu creato notaio o tabellione, come si diceva un tempo. La nomina fu fatta da un altro prete, di nome Deffendi, il quale officiava nell’altra chiesa posta dentro le mura o Terra di Cittadella: quella di Santa Maria del Torresino5.
In mancanza dei registri o protocolli di don Pietro non so se abbia mai esercitato la cosiddetta “ars notarie”, ma nulla toglie che la distruzione di tonnellate di documenti degli archivi (volontaria o meno) nel corso dei secoli abbia colpito anche l’attività del nostro.
Si arriva così al 1523. Dimessosi dall’incarico l’ormai anziano arciprete di Cittadella, fra’ Vincenzo da Feltre al secolo Vincenzo Citto o de Citti6, il vescovo di Vicenza, il cardinale Francesco Soderini7, nominò arciprete un tale Servio da Padova. Lo fece però “sine licentia aliqua et consensu communis Citadelle”, cioè “senza autorizzazione e approvazione del comune di Cittadella” che vantava sulle nomine dei propri arcipreti il diritto cosiddetto di iuspatronato. Un diritto questo riservato al fondatore della chiesa e trasmesso nei secoli di erede in erede.
Così il 10 agosto di quell’anno il Consiglio di Quaranta di Cittadella respinse con 25 voti contro cinque la nomina del prete Servio di nomina vescovile. Nel pomeriggio dello stesso giorno, nuovamente riunitosi, il Consiglio elesse il venerabile abate Giovanni8, il nobiluomo veneziano Bernardo Soranzo, ser Spiera Spiera9 e Simone Azani. Ai quattro fu data “plenissimam libertatem inveniendi et recuperandi unum bonum et suficientem archipresbiterum pro ecclesia Citadelle”, cioè “la più amplia libertà nella ricerca di un buono e sufficiente arciprete per la chiesa di Cittadella”10. Una ricerca evidentemente non seguita da buoni frutti, come le vicende successive ci dimostreranno, tanto che a maggio del 1524 ecco comparire il nostro Cauzio nella veste di vice arciprete di Cittadella.
E a questo punto comincia una storia davvero tormentata.

Abbiamo lasciato il nostro don Pietro vice arciprete nel pieno del 1524.
Ma come era giunto a quell’incarico? Torniamo un attimo indietro.
Il vescovo di Vicenza, il già incontrato fiorentino cardinale Francesco Soderini, deluso per non aver trovato consenziente la comunità di Cittadella nella precedente nomina di prete Servio, il 14 gennaio 14241 ne nominò un altro di propria iniziativa.
Ma stavolta non si trattò di un oscuro personaggio, visto che il prescelto era anche lui un Soderini e precisamente un suo nipote di nome Paolo Antonio.
E stavolta non era neppure un prete, ma un giovane di soli diciott’anni, cioè per dirla con le parole ricavate dalla causa destinata a durare quasi un quarantennio: “un garzon de anni 18, forestiero, layco come soldato”2.
Lo stesso 14 gennaio tuttavia il giovane Paolo Antonio nominò suo procuratore nell’arcipretato don Pietro Cauzio. Eccoci allora al 19 maggio di quell’anno ed all’atto in cui Pietro è “vice archipresbyter ecclesie Sancti Prosdocimi de Cit tadella”, cioè vice arciprete della chiesa di S. Prosdocimo di Cittadella3.
Nel frattempo Paolo Antonio aveva ceduto il tutto a suo fratello Francesco (era costui un chierico, sempre meglio di laico!).
Così, il successivo 28 luglio, Francesco affittò al nostro Pietro l’arcipretato, facendoglielo amministrare e godere a suo nome4.
Si arriva così al 23 dicembre 15245.
Quel giorno il Consiglio nomina don Pietro Cauzio arciprete a tutti gli effetti: una nomina suggerita dall’essersi dimostrato Pietro un “buon e sufficiente” sacerdote oppure, per i più maliziosi, dalle “attenzioni” di suo fratello Girolamo, potente e pubblico amministratore? Fatto sta che da qui ebbe inizio la lunghissima vertenza cosiddetta dello iuspatronato quasi impossibile da ricostruire, soprattutto succintamente6.
È comunque opportuno riportare uno stralcio dell’atto da cui prenderà inizio la causa.
Siamo al 3 febbraio 1525 ed è proprio Girolamo Cauzio a presen tare nel Consiglio Generale di Cittadella la seguente supplica: “Essendo sta’ conferito el beneficio de l’archipresbiterato de la Chiesia di San Prosdocimo et Donato di questa spetabil Communità di Citadella al reverendo messer pre’ Piero Cavuzo come appar per sue bolle autentiche; et da poi, essendo sta’ acceptato da la prefata Communità in suo arciprete per le rason che dicta communità ha ne l’archipresbiterato de predicta sua Chiesia et al presente pare li sia sta’ facta molestia et perturbatione al suo iustissimo possesso, benchè indebitamente, da un messer Paulo Antonio Soderino fiorentino, la qual perturbation non solum è facta per damno et preiudicio particular de esso messer pre’ Piero, ma per iactura et universal preiudicio de questa spetabil Communità per farli perder ogni sua rasone che quella ha ne la predicta sua Chiesia et archipresbiterato.
Et perché l’è cossa conveniente defender et auctorizar li soi beneficiati per parte del prefato messer pre’ Piero Cavucio, se supplica a la prefata spetabil Communità de Citadella che, cossì como lei lo ha acceptato in suo arciprete, che etiam per conservation de le rason de ipsa Communità per lei over sui agenti sia dato al prefato messer pre’ Piero, suo arciprete, ogni favor a sé possibile per conservarlo nel suo archipresbiterato predicto contra cadauna persona, cum li mezi che serano expedienti mediante la rason et iustitia.
Et questo senza spesa alguna over interesse de la Communità predicta, offerendosi dicto messer pre’ Piero non renunciar mai dicto beneficio ad altri senza expressa licentia de la prefata Communità; et sel facesse renuncia, che quella sia de nissun valore”.
Il responso della votazione fu pressocché unanime: 226 voti a favore, solo ventiquattro i contrari.


Luigi Sangiovanni


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