Parlando dell’arciprete Pietro Cauzio abbiamo incontrato pre’ Camillo, suo nipote, quando vantava il diritto a succedere allo zio nell’arcipretato. Vale tuttavia la pena dire ancora qualcosa su questa singolare figura di sacerdote.
Uscito senza danno dal processo avuto davanti all’inquisizione veneziana del 1549-501, appena due anni dopo ritroviamo Camillo sacerdote rettore della chiesa di S. Giorgio in Brenta: il giorno 10 novembre ne affittava infatti gli introiti per tre anni ad un laico, il cittadellese ser Giuseppe fu Francesco Cancian o Canzian2.


Nel 1554 invece eccolo titolare della chiesa dei SS. Biagio e Margherita di Onara. Ne prende infatti possesso il giorno 10 novembre, in quanto sembra esser stata rinunciata dallo zio don Pietro3. Invece don Pietro fa appello a Venezia, costringendo Camillo a nominare, il 27 novembre, suo procuratore Girolamo Negri affinchè lo difenda nella lite4. Che ci sia stato o meno un accordo, fatto sta che il 22 gennaio 1555 Camillo si ritira dalla causa e chiede l’annullamento del possesso a lui fatto della chiesa di Onara5.
Il dottor don Camillo6 si dedica ora alla chiesa di S. Giorgio in Brenta, ma lo fa ancora mediante ricorso alla giustizia.
Così, già mercoledì 16 ottobre 1555, chiede al podestà di Cittadella affinchè imponga a Pasqualino Menegato et Gasparino Petenuzzo “quod [...] debeant et actualiter fecisse carigia quatuor pro quoque fabricę sacrestię quam construi curat amore Dei magnifica domina Alda Thiene Boromea in ecclesia predictę villę Sancti Georgii” (“Che debbano, a pena di pagare 25 lire di piccoli, servire con quattro carri ciascuno alla fabbrica della sacrestia della chiesa di S. Giorgio in Brenta e la cui costruzione è curata dalla magnifica signora Alda Thiene Borromeo7”)8.
Collegata a quella della costruzione della sacrestia seguirà un’altra disputa con gli abitanti di S. Giorgio in Brenta.
Anche l’abitazione del prete infatti richiedeva urgenti lavori, ai quali appunto erano recalcitranti i Sangiorgesi. Così Caucino Cauzio, fratellastro9 di Camillo e suo procuratore legale, il 10 ottobre 1558, chiedeva al podestà di sentenziare “comune et homines villę Sancti Georgii de Brinta, et massarium fabricę dictę villę [...] quod teneantur pro duabus partibus, videlicet pro una contingente comuni et altera contingente fabricę ecclesię, cum ad aliam teneatur idem dominus Reverendus rector, ad omnes fabricas necessarias ac reparationes domus predictę ecclesię, prout iustum et conveniens est”10.
A sostegno della tesi camilliana venivano inoltre presentati alcuni capitoli ovvero asserzioni sulle quali dovevano essere interrogati i testimoni. Fra questi è di particolare interesse riportare: “Che è consuetudine antiqua et approbata nelle ville di questo territorio di Cittadella che li huomini et comuni delle ville sempre contribuiscono alle fabriche et restaurationi delle case, et teze, et altre cose necessarie delli parochiani alla terza parte della spesa, et all’altra terza li beni della fabrica della chiesa. All’altra terza veramente il Rettor del beneficio.
Et questo è stato a memoria hominum citra sempre osservato et si osserva al presente. Et quando alcuno Comun ha contraditto è stato sententiato, et per vie de ragione astretto. Et cosi è publica voce et fama, massime appresso di quelli che di quello ne hanno havuto et hanno notitia et cognitione”.
I testimoni si susseguono e ognuno dice la sua. Ad esempio ecco un estratto della deposizione del teste “Franciscus Vassellarius dictus Rosso, quondam Iordanelli de Citadella” (Francesco Vassellaro detto il Rosso figlio del fu Giordanello di Cittadella”): “Mi so che li degani per conto delli comuni et anche li massari delle Chiesie sono obligati ogn’uno per una terza parte, cioè il comune per una et la fabrica della Chiesia per l’altra, et per la terza il paron del beneficio. Et so questo perché io l’ho inteso et sentito dir a Bison delli Bisoni da Santo Zorzi de Brenta”11.
La lite tra don Camillo e gli abitanti di S. Giorgio in Brenta prosegue. Il 19 luglio 1559, presente il podestà Filippo Badoer, viene interrogato un altro sacerdote, il “reverendus dominus presbyter Gaspar de Gasparis officians in ecclesia villę Lobię” (“il reverendo signor pre Gaspare Gaspari, celebrante nella chiesa di Lobia”), il quale dice: “Mi so che, stando in la villa de Lissaro, destreto de Cittadella et officiante in la giesia di essa villa, occorendo fabricar in la giesia et selesarla et anco conzar la casa di essa giesia, el Comun contribuise a la spesa de essa fabrica et conzar per il suo terzo. Et credo che io andai a star là de l’anno 1547.
Et ogni volta che occorre acconzar o la giesia o campanille o le parte della giesia overo la casa della giesia sempre el Comun contribuise alla spesa per il suo terzo”12.
Arriva così una prima sentenza che impone a don Camillo che “declamare debeat quę necessaria intendit esse fabricari et reparari domus ecclesię dictę villę” (deve cioè specificare chiaramente cosa vuol fabbricare e riparare).
Così il 25 agosto 1559 pre Camillo elenca quanto serve, il tutto accompagnato da una “frecciatina” finale: “Dechiaro et dico esser necessarie cose assai, cioè: rimettere il tetto della casa, conzar il camin, la schala, rifar il necessario13, serrar di muro el cortivo et la caneva, coprir et conzar il sechiaro, il pozzo, il muro della porta da carri, et far essa porta. Per esser ogni cosa in mal termine ridutta per colpa vostra, che non havete voluto a tempi debiti contribuir alla spesa. Le quali tutte cose, malgrado voi, esser necessarie per la habitation mia come Rettor della chiesia mi offero provarlo. Dimandando per hora (come era tra voi ultimamente convenuto) che solum facciamo far la porta da carri, et alzar quel poco muro guasto tra essa porta et el necessario, et coprir et conzar esso necessario, et la sponda del pozzo, come cose piu urgenti et necessarie al presente si per l’habitation del prete come di far lo ricolto. Le altre cose veramente, che siano fatte poi di anno in anno, et di tempo in tempo, secondo il maggior bisogno et con manco spesa che sarà possibile”14.
Ma Camillo non vuole più impicci ed eccolo, il 12 agosto 1560, nella sua qualità di “reverendus et excelens dominus Camillus Cautius archipresbiter eclesię Sanctorum Prosdocimi et Donati de Cittadella, in via concessionis et gratię sibi factę a felicis recordationis Clemente papa VII, datarum Romę apud Sanctum Petrum septimo calendas martii anno nono15”, liberarsi di “tutti li campi arativi, piantati et non piantati, del detto suo beneficio de San Zorzi de Brenta posti nella contrà de le Peze et appresso la via Boromea, che ponno esser campi vintitri over 24 in circa”.
Ma non li vende, li affitta per un anno.
A chi? A suo padre Girolamo16. Subito dopo però l’affitto perviene nelle mani di pre Sebastiano Mezzalira che a sua volta ben presto rinuncia. Così il 9 febbraio 1562 don Camillo affitta i campi a un certo “messer Zuan Batista de Milani da Verona, habita al presente a San Zorzi de Brenta”17.
Negli atti notarili lo troviamo ancora molto attivo coinvolgendo in una serie di permute il fratellastro Caucino18.
Per non appesantire questa rassegna sono costretto tuttavia a sorvolare su altre vicende familiari che don Camillo si trovò ad affrontare.
Risolte le “grane” giudiziarie, sia pure con appelli e contrappelli perfino a Venezia, il nostro Camillo si guarda attorno.
Laureato in entrambi i diritti (“in utroque iure”), cioè diritto civile e diritto canonico, è in possesso di titoli che gli consentono di aspirare a mete più alte della piccola S. Giorgio in Brenta.
Per concludere, il 7 marzo 1565 Camillo è a Padova, nel palazzo vescovile.
Presiede a un esame di laurea ed è il vicario, cioè il rappresentante ufficiale del vescovo patavino19.
Camillo a un certo punto abbandonerà Cittadella e il Padovano. Le sue ultime impronte documentarie sono da ricercare in Friuli, dove probabilmente finirà la sua agitata vita. Fu infatti vicario generale del vescovo di Concordia in quel Tribunale dell’Inquisizione dal marzo 1573 al giugno 1576, come ricordato in un bellissimo libro sulle vicende del povero mugnaio Menocchio20.

Luigi Sangiovanni


1 Cittadella, Comunità Parrocchiali, giugno 2016.
2 Archivio di Stato di Bassano, Notai di Cittadella (=ASBas), Notaio Lelio Berton, b. 4 C.
3 Archivio del Podestà di Cittadella (=APoC), b.
45 verde.
4 ASBas, Notaio Marco Antonio Illini, b. 34.
5 APoC, b. 45 verde; è del successivo 21 febbraio la sua formale rinuncia davanti al podestà di Cittadella 6 Se considero la sua grinta mi viene per forza in mente l’omonimo personaggio di Guareschi! 7 Suo padre si chiamava Bernadino Thiene. Alda era rimasta vedova due volte. Il primo marito si chiamava Francesco Borromeo (del quale conserva il cognome); Zaccaria Priuli, il secondo.
8 “Che debbano, a pena di pagare 25 lire di piccoli, servire effettivamente con quattro carri ciascuno ai lavori per la sacrestia della chiesa di S. Giorgio in Brenta che la magnifica signora Alda Thiene Borromeo sta facendo costruire per amore di Dio” (APoC, b. 44 verde).
9 La madre di Caucino si chiamava Caterina; quella di Camillo, Celestina.
10 “Il comune, gli uomini e il massaro della fabbrica (della chiesa) ognuno per una parte, mentre a una terza parte è tenuto il parroco, siano costretti a contribuire per la riparazione della chiesa, come cosa giusta” (APoC, b. 49 verde). 11 Ibidem.
12 APoC, b. 49 verde.
13 I servizi igienici, probabilmente esterni all’abitazione.
14 APoC, b. 53 verde.
15 “Reverendo ed eccellente signor Camillo Cauzio, arciprete della chiesa dei SS. Prosdocimo e Donato di Cittadella, per concessione e grazia fattagli il 23 febbraio 1533 da papa Clemente VII nel nono anno del suo pontificato” (ASBas, Notaio Girolamo Negri, b. 25: 31 gennaio 1560).
16 ASBas, Notaio Giovanni Negri, b. 6.
17 Ibidem.
18 ASBas, Notaio Antonio Bonente, b. 9 A: 29 giungo 1562; ASBas, Notaio Guerino Busato, b. 38: 3 luglio 1563 e 8 ottobre 1564.
19 Spettava infatti al vescovo o al suo vicario pronunciare l’esito della laurea (Acta graduum accademicorum Gymnasii Patavini ab anno 1551 ad annum 1565, a cura di Elisabetta Dalla Francesca e Emilia Veronese, Roma- Padova 2001).
20 Domenico Scandella detto Menocchio. I processi dell’Inquisizione 1583-1599, a cura di Andrea Del Col, Pordenone 1997.

 

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