Tra i documenti conservati nell’Archivio di Stato ai Frari di Venezia non mancano i riferimenti alla presenza di importanti personaggi in abito da pellegrino. Il 26 agosto 1406 si trova, pronto ad andare al Santo Sepolcro, il figlio1 del re del Portogallo.
Si ordina pertanto che la galea del nobile Capello, lasciata la muta delle altre navi, faccia scalo a Giaffa, scarichi il figlio del re e gli altri pellegrini veneziani.

Al ritorno, li recuperi e li porti fino a Beirut dove tutti saliranno su altre navi.2 Fu proprio nel corso del Quattrocento che si assistette quasi a un fiorire del pellegrinaggio in Terrasanta. Il 1458 fu ad esempio un anno particolare. Il 16 maggio, “audita la messa a l’archa de Sancto Antonio da Padoa”, montò in barca al Portello Gabriele Capodilista, appartenente a una delle principali famiglie nobili padovane. Era accompagnato da un suo parente (Antonio Capodilista, canonico del duomo di Padova) e molti altri titolati cittadini.
Il giorno seguente, a Venezia, “nel nome de Idio et de la gloriosa Vergine sua matre et cum el favore de li gloriosi sancti sui patroni e protectori Luca evangelista, Prosdocimo et Iustina vergine”, salirono tutti sulla galea patronizzata, cioè armata, dal nobiluomo veneziano Antonio Loredan. Su quella stessa nave si imbarcarono diversi altri personaggi, tra cui spicca quello ai Cittadellesi più noto: il condottiero Roberto da Sanseverino.3 La relazione del viaggio del Capodilista non venne mai pubblicata, se non nel secolo XX4, anche se deve essere circolata manoscritta e consultata come una delle nostre odierne guide turistiche. È da notare che a un certo punto, parlando del monastero di Santa Caterina del Monte Sinai, “che altramente in quelli lochi è chiamato Oreb”, lo si dice “tutto murato intorno, como uno castello tutto merlato de la grandezza del castello nostro de Cittadella”.
Ma venendo al nostro Sanseverino, sappiamo che egli partì da Milano il 30 aprile 1458 e vi fece ritorno il 19 gennaio 1459.
E lo sappiamo perché anche del suo pellegrinaggio esiste una relazione manoscritta e pubblicata per la prima volta nel 18885. Roberto ci dice di essere arrivato a Venezia il 7 maggio e che con lui c’erano tre servitori, il cortigiano Giovanni Matteo Botticella con due servitori, il medico Giovanni Martino da Parma con un servitore, il cavaliere Carlo Bosso con due servi e certi “Guiniforte Smagioso, Domeneco da Calcenoni da Lode, Fenone de li Heustachii da Pavia.” L’11 maggio il Sanseverino fu uno degli ospiti d’onore nella tradizionale cerimonia dello sposalizio del mare: “Et sedendo lo duce6 sopra la dicta cathedra in mezo de li predicti signori Alexandro7 et Roberto, con grande moltitudine de gentilhomini in loro compagnia, facta una grande volta nel mare et passata la chiesa di Sancto Nicolò de Lio et gionto fino a le castelle del porto, gitò lo prefato duce nel mare uno anello d’oro / et lo spoxò.”8 Scorrendo la sua relazione, anch’essa diffusa in manoscritti, non si trovano le preghiere da dire nei diversi luoghi santi, né tantomeno i lunghi elenchi di reliquie presenti nei luoghi visitati dal pellegrino.
C’è chi dice che queste omissioni, solitamente rinvenibili nelle relazioni simili, siano la prova che il viaggio ebbe solo una motivazione politica. E, a tale proposito, si cita quanto Roberto scriveva da Ragusa il 24 maggio al suo signore, Francesco Sforza duca di Milano, informandolo soprattutto “de li progressi del Turcho” in quelle zone. La cosa non è da escludere, ma allora (al di là di interessi politico- commerciali che peraltro il duca di Milano non aveva, né in Dalmazia, né in Terrasanta) non sarebbe bastato fermarsi a Venezia, cioè nella città che era una vera e propria centrale operativa di spie e pseudo-mercanti sguinzagliati in ogni parte del Mondo allora conosciuto? Voglio allora pensare che il viaggio del Sanseverino avesse anch’esso una motivazione religiosa e che sotto la scorza di quello che sarà uno dei più grandi condottieri italiani di ogni epoca, ci sia stato qualcos’altro: quell’umiltà e devozione singolarissime che spinsero migliaia e migliaia di pellegrini a mettere in pericolo la loro vita per vedere e toccare i Luoghi Santi.


Luigi Sangiovanni


1 Probabilmente si trattava di Edoardo il Filosofo, che succederà al padre Giovanni I il Buono nel 1433.


2 “Quod galea Capella que vadit ad Sanctum Sepulcrum cum filio domini regis Portugali, quando discessit ab aliis nostris galeis pro eundo Zaffum, debeat levare omnes nostros Venetos qui vellent ire ad Sanctum Sepulcrum et illos conducere Zaffum; et similiter in reditu debeat levare et conducere Barutum sicut est iustum pro ascendendo super alias galeas”: Archivio di Stato di Venezia, Senato, Deliberazioni. MistiReg. 47, c. 65r.


3 Fu signore di Cittadella dal 1483 al 1487; morto lui, rimasero da noi la moglie e i figli; nell’estate del 1500 la Repubblica veneziana li scacciò per sospetto tradimento.


4 Si trova in appendice a: Santo Brasca, Viaggio in Terrasanta 1480. Con l’itinerario di G. Capodilista 1458, a cura di A. L. Momigliano Lepschy, Longanesi 1966. Da questa edizione sono tratte tutte le citazioni.


5 Viaggio in Terra Santa fatto e descritto per Roberto da Sanseverino, Bologna 1888. Una ristampa è curata da Forni 1969.


6 Pasquale Malipiero, doge di Venezia dal 1457 al 1462.


7 Alessandro, fratello di Francesco Sforza e quindi zio del Sanseverino.


8 Viaggio …, pag. 19-20.

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