Chi entra in Chiesa per una visita e una prece a Cristo che sta realmente nel tabernacolo dell’abside, resta colpito dalle spoglie mortali di due martiri della Fede provenienti dalle Catacombe di Roma. Naturalmente non si conosce la loro storia, ma quel che più conta neppure i Cittadellesi ne sanno molto.
Voglio loro ricordare che sono state figure molto importanti nella Chiesa primitiva in quanto
hanno testimoniato la fede nel Risorto e hanno subito il martirio durante le persecuzioni operate da Nerone, Diocleziano e altri perfidi nemici del Cristianesimo.
I resti mortali di S. Feliciano si trovano sotto l’altare di S. Veronica Giuliani (settore ovest del Duomo) e provengono dalle catacombe, dette di S. Elena, situate sulla via Casilina. Il rinvenimento è stato opera del B. Bernardino da Feltre, frate francescano operante nel Convento di Borgo Treviso, sorto da poco, che trovandosi a predicare in Roma, li scoprì nel 1482 fra i martirizzati ivi sepolti. Più tardi e precisamente nel 1751 quelle sacre ossa vennero donate al Cardinale Rezzonico, Vescovo di Padova, che le assegnò in custodia al monastero di S. Maria in Vanzo. Parecchi anni dopo, per motivi contingenti, furono sistemate nella Chiesa dei servi in Padova e verso il 1900, a causa di restauro furono sistemate nella Chiesa dei servi in Padova e verso il 1900, a causa di restauro furono sistemate nella Chiesa dei Servi in Padova e verso il 1900, a causa di restauro furono soppressi i due altari, in uno dei quali era deposto il corpo di S. Feliciano.
Nel 1929 Mons. Elia dalla Costa, Vescovo di Padova, rispondendo al desiderio dell’Arciprete di Cittadella, Mons.
Basso che auspicava venerare nella sua Chiesa un martire di Cristo, glielo diede in dono considerando Cittadella: « centro di fervente pietà cristiana ».
In data 26 maggio 1929 un numeroso corteo di macchine, partito da padova, portò le ossa del Martire nella nostra Città, tra il giubilo festoso di gente acclamante lungo le vie e quella radunata nel grande Tempio. Dopo appropriata cerimonia si collocò l’urna nel posto ad Essa riservata. Da allora e per quasi un cinquantennio la fede dei Padri pose a parecchi neonati il nome del Martire, ma nella seconda metà del secolo scorso, a causa della progressiva crisi delle coscienze, il nominativo scomparve e così pure il ricorso alla protezione e fiducia nel Santo morto per testimoniare la sua fede a Cristo.
Diversa la storia di S. Pancacia le cui ossa riposano sotto l’artistica statua del Sacro Cuore dell’omonimo altare.
Alla fine del ’600 un Francescano che viveva nel convento di Borgo Treviso, conosciutissimo oratore per la sua rara eloquenza, P. Alfonso dei Bisegoti, spostandosi in diverse città italiane e trovandosi a predicare a Roma ebbe la fortuna di ricevere in premio i sacri resti di S. Pancacia tratti dalle catacombe vaticane. Egli ritornò in sede portandosi le Sante reliquie e tutti i Confratelli le accolsero con gioia e le deposero sotto l’altare principale della loro chiesa.
La Comunità civile di Cittadella, tramite il Consiglio Generale che si espose con voto unanime, il giorno 8 novembre 1699 proclamò S. Pancacia “Patrona del Comune” e fino il 1807 se ne celebrava la festa nelle seconda domenica di ottobre.
Le vicende degli invasori francesi di Napoleone che abbatterono la millenaria Repubblica di S. Marco sono ben note e devastanti per i numerosi Conventi esistenti in zona e anche quello dei Francescani venne requisito e depredato.
Dopo il 1814 il Veneto passò sotto l’Austria e la nuova Potenza, rispettosa dei valori religiosi, permise il recupero delle Sacre ossa che vennero collocate all’interno del nuovo tempio appena completato.
Una tavola artistica recante la scritta «Divae Pancaciae Pignora Sacra » le celava alla vista dei fedeli.
Nel periodo temporale che va dal 1970-’87 l’allora Arciprete Mons. Antonio Miazzi, ritornato da un pellegrinaggio a Fatima, si era portato a casa una statua in gesso della Vergine acquistata in Portogallo e l’aveva collocata proprio sull’altare del Sacro Cuore. Un giorno avvenne un fatto strano; mentre egli stava celebrando l’Eucaristia, ed era giunto quasi al momento della Consacrazione, cadde fragorosamente la tavola lignea che colpì e ruppe la Madonnina.
La gente rimase stupita e intimorita, ma pensò che il fatto dipendesse dall’ossidazione delle borchie che la trattenevano e venne quasi subito ricollocata al suo posto. Pochi giorni dopo successe la stessa cosa per cui l’Arciprete e i fedeli pensarono che la Santa volesse essere esposta alla pubblica venerazione e non più stare nascosta all’interno del sarcofago. Essa ha così dimostrato di voler essere presente nella devozione popolare per esaudire le richieste a Lei rivolte da chi ha bisogno di aiuto e confida nella protezione dei Santi.
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