Ogni mattina alle ore 5, sia d’estate che d’inverno, la campana della Chiesa madre annunciava ai paesani che era l’ora del risveglio e di inizio delle varie attività e con i suoi tre squilli invitava alla preghiera i fedeli. Ricordiamo l’inno mariano che si cantava allora: « È l’ora che pia, la squilla fedel, le note c’invia dell’Avel del Ciel. Ave, ave, ave Maria ». Allora si viveva in perfetta sintonia
con le norme naturali e religiose insegnate dai Padri. Subito, nelle case, iniziavano le faccende giornaliere: cura dei bovini e degli animali da cortile eseguite dal proprietario e da parte della massaia la preparazione della colazione e il rifacimento dei letti.
Succedeva di domenica, e talvolta anche nei giorni infrasettimanali, che la mamma e i piccoli figlioli si avviassero alla prima messa che iniziava puntualmente alle ore 5,30 del mattino.
In quei tempi il territorio parrocchiale era molto esteso; partiva dai confini con Rossano Veneto e finiva alle Vaccarie e precisamente verso S. Giorgio in Bosco e S. Anna Morosina. Ovviamente si percorreva a piedi la lunga strada.
Per richiamare i fedeli alle Messe, mezz’ora prima si dava il “segno” tramite la campana intermedia e il loro inizio con lo squillo argentino del campanello. Di solito il capofamiglia si metteva al lavoro e secondo la stagione operava nei campi con i poveri attrezzi posseduti: badile, vanga, falce ecc. e mettendoci tanta fatica personale.
Gli scolaretti ripassavano le lezioni e giunte le ore 8 facevano colazione con latte frammisto alla polenta abbrustolita, poi infilavano la sacca e si avviavano verso la scuola e l’apprendimento. Alle ore 12 era atteso il suono della campana grande che invitava a staccare il lavoro e far la pausa pranzo.
Spesso qualche mendicante si avvicinava alla porta di casa e non mancava che la buona massaia preparasse anche per lui un piatto di minestra e un tozzo di pane. Lo dice anche Zanella nel sonetto: « È mezzodì! Sotto l’ombroso noce che il gran fusto contende alla vecchiaia, sta il mendico e leva la sua voce querula, a cui d’incontro il cane abbaia. . . ».
Suonava il campanello anche per gli scolaretti che tornavano a mangiare qualcosa in famiglia. Nel pomeriggio alle ore 14 rientravano alle lezioni pomeridiane fino alle ore 16. Ovviamente il tragitto si compiva a piedi quattro volte al giorno ed era un esercizio fisico salutare, anche se la distanza da casa a scuola era spesso notevole.
I coloni al pomeriggio riprendevano le pesanti fatiche che si protraevano fino alle ore serali, secondo il tipo di stagione.
Di sera seguivano in casa altre fatiche: mungitura e sistemazione della stalla, la massaia preparava la cena e l’allestimento della serata in famiglia. Era tempo e la campana invitava alla preghiera e tutti ripetevano il canto: «Odo suonar la squilla della sera, che dolcemente invita alla preghiera. . . ».
Dopo cena iniziava il “filò” durante il quale si incontravano parenti e vicini di casa a parlare dei fatti del giorno, le donne sferruzzavano maglie e calze, le ragazze conversavano col “moroso” e intanto preparavano indumenti e vestiario da portare in dote. Tutto ciò avveniva al fioco lume della “beppa”, lampada a petrolio, perché in campagna non era ancora giunta l’energia elettrica.
Verso le ore 21 la madre intonava il S. Rosario e dopo la recita si scioglieva la comitiva; i fidanzati se ne andavano e i componenti della famiglia si avviavano verso le rispettive camere da letto per il benefico riposo notturno dopo una giornata di tanta fatica e lavoro.
Nel dormiveglia spesso si restava ammagliati dal canto di un “moroso” che ritornava a casa felice e contento dopo l’incontro con la fidanzata e la sua voce armoniosa e potente si espandeva per la campagna ripetendo le belle melodie dei cantanti di allora.

M.B.
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