Da sempre la campagna ha dato copertura ai bisogni alimentari della popolazione.
Poeti e autori del mondo latino esaltavano il lavoro rurale e come si sa Qualcuno scrisse “Le Bucoliche” in cui venne sublimata la vita campestre.
Gli scolari dei miei tempi, in attesa di vacanze, pensavano alla spigolatura che significava la raccolta delle spighe sparse e abbandonate nel campo da portare al Parroco per farne Ostie consacrate.
I lavori in campagna si alternavano secondo il mutar delle stagioni. A giugno, tempo di mietitura, si eseguiva un lavoro molto utile ma fisicamente massacrante. Per avere il pane, alimento base dell’uomo, quante attività dovevano compiere i contadini nel loro podere: concimatura del terreno, aratura, erpicatura, semina, sarchiatura ecc. sperando che la natura fosse benigna e non mandasse una devastante grandinata.
Giunto il tempo della raccolta tutti i componenti della famiglia, compresi i ragazzetti, sotto il sole cocente, tagliavano il grano a mannelli, facevano i covoni (detti faie) che solidamente legati venivano sistemati in biche (detti binoti) che restavano ad essiccare nel campo.
A falciare il frumento si faceva un’enorme fatica, perché non esisteva la mietitrebbia e il caldo tremendo che si avvertiva nelle giornate a ridosso della Festa di S. Antonio assillava i lavoranti; il sudore colava lungo le gote, il collo e tutto il dorso e la sete era tremenda. Si beveva a garganella l’acqua fresca del pozzo e nel bicchiere veniva spremuto del limone per evitare dissenteria e mal di stomaco. Le persone adulte adoperavano la falce messoria (detta missura) e i ragazzi il falcetto (detto messaroeo) e tutto il giorno, con quegli attrezzi si tagliavano i gambi del frumento.
Quando giungeva la sera la gente era stremata e non servivano pasticche per conciliare il sonno.
Dopo circa una settimana giungeva la trebbiatrice che, allacciata al trattore mediante una lunga cinghia di cuoio (detta sengion), metteva in funzione i vari aggeggi per separare i chicchi di grano dalla pula (sbigassi) e dalla paglia. Gli uomini più robusti, con appositi forconi, trasportavano grosse quantità di paglia verso un alto falò confinato a debita distanza. In breve tempo s’innalzava il conico pagliaio che doveva servire per la lettiera dei bovini durante tutta l’annata.
I sacchi ripieni di grano venivano portati nel granaio e all’occorrenza inviati al mulino per ricavare la sostanza base del pane. In certe case provviste di forno si impastava la farina, la si lasciava lievitare per il giusto tempo, si formavano le pagnottelle da cuocere nel vano riscaldato a legna. Quando veniva aperta la botola del forno si espandeva per l’aperta campagna il profumo di questo ben di Dio. Adesso ci sono i forni elettrici, moderni in cui viene preparato e cotto un pane di forma, dimensione e denominazione molto invitante che attira la scelta dei clienti.
Però io mi domando: « Come mai non ha la fragranza del passato e come mai indurisce così in fretta?».

M.B.

"niente paura"


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