Siamo entrati nell’equinozio d’autunno e già si avvertono i segni del cambiamento di stagione: spirano venti di tramontana con frequenti piogge e le giornate si accorciano in fretta. In campagna si raccolgono gli ultimi prodotti generosamente forniti dalla terra: uva, mais, patate, etc. 
Il grande Carducci ci ricorda in un sonetto l’arrivo dell’autunno: La nebbia agl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar. . .
Questa stagione ci esorta a raccogliere ciò che può servire alla famiglia durante il lungo e difficile inverno.
I ragazzi dei miei tempi sapevano usare i prodotti poveri raccattati lungo le siepi o frutta poco pregiata rimasta tra i rami spogli. Dall’albero detto corniolo si staccavano le rosse bacche che, se non erano mature, avevano un gusto decisamente asprigno. Dal carrubo, pianta assai simile a quella dello spino, pendevano i lunghi baccelli che durante i mesi autunnali essiccavano e si coloravano di un marrone intenso. Non erano un frutto pregiato, ma i bimbi li gustavano lo stesso.
Nelle zone adatte il castagno prospera ed è una pianta preziosa perché dà frutti molto utili all’economia familiare. Possono essere cotti lessi oppure arrostiti in appositi bracieri e forniscono ai consumatori molte calorie. Sui banchetti del fruttivendolo di piazza, un tempo erano in mostra le castagne secche dette da tutti straccaganasce godimento dei ragazzi e tormento delle mamme preoccupate per il logorio dei denti.
Alla domenica quando si andava alla lezione di catechismo noi ragazzini passando davanti al banchetto di “Steo” che stazionava in Borgo Padova con cinque centesimi di allora acquistavamo un cartocetto di farina di castagna. Nella furia di gustarla spesso essa si infiltrava tra le vie respiratorie nasali procurando improvvisi imbarazzanti starnuti.
Altro cibo povero, ma gustoso, era la patata americana che era buona se lessata ma ancor più se veniva abbrustolita sotto le braci.
Però la regina della tavola povera era la zucca che veramente calmava i morsi della fame, inoltre appena cotta riscaldava lo stomaco e dava un senso di piacevole sazietà.
Era pianta che apparteneva alle cocurbitacee i cui gambi fioriti si espandevano tra i solchi dei terreni coltivati a mais. Il suo frutto rotondo e ripieno prendeva varie denominazioni: zucche marine, barucche etc. Sotto la verde cupola formata di culmi e foglie del granoturco vivevano ben riparate e non temevano le devastanti precipitazioni estive.
M.B.

"niente paura"


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