Così lo descrive il Poeta: « E l’inverno vien tremando vien tremando alla tua porta, sai tu dirmi che ti porta? / Un fastel d’aridi ciocchi, un fringuello indirizzito e poi neve, neve a fiocchi e i ghiaccioli grossi un dito ».
Quand’ero piccolo le stagioni si alternavano regolarmente: si passava dai tre mesi invernali con freddo intenso ad altri tre di caldo soffocante, separati da due periodi in cui si godeva una temperatura ideale:

la primavera e l’autunno. Qui parlo dell’inverno che a quei tempi significava sofferenze e malanni per la povera gente. Le abitazioni rurali erano fatiscenti; avevano stanze con soffitti a travi ed assi sconnesse, pavimenti in terra battuta, porte rabbercate alla meglio, ma lì si doveva vivere. L’unico ambiente riscaldato era la stalla dove i bovi con il loro calore corporeo e l’umido fiato rendevano accettabile il luogo e la famiglia lì si riuniva, di sera, per il “filò” e nelle giornate di neve, pioggia e vento per ripararsi e stare al calduccio.
Quando nevicava, e questo accadeva spesso, la precipitazione era abbondante e la coltre nevosa talvolta raggiungeva o anche superava i 30-40 cm, perciò era faticoso aprirsi un passaggio sulle strade per andare a scuola. In quel tempo i bimbi calzavano le “galosce” che ben presto si riempivano di neve, le calze si bagnavano e i piedi gelavano.
Con la mente rivedo il bianco candore della campagna che riflettendo i raggi solari abbagliava la vista di chi, passata la bufera, transitava per quelle zone. Ricordo pure le gesta degli animali selvatici e le impronte degli uccelli imcarpresse in quelle bianche radure.
Dai tetti scendevano i ghiaccioli che talora misuravano un metro di lunghezza e avevano lo spessore di alcuni centimetri. Sulle distese prative si formavano lastre di ghiaccio e tutti i ragazzi del luogo vi andavano a scivolare con le “sgalmare” broccate.
Talvolta qualche spericolato cadeva a terra sbattendo la testa, ma prontamente si rialzava dimostrando coraggio e spavalderia. Pur essendo una stagione grama per l’infierire del freddo i ragazzi erano felici di cimentarsi sul ghiaccio.
Nel pomeriggio, dopo l’impegno scolastico, posavano sulla coltre bianca le trappole per pigliare qualche uccellino affamato.
La luce del giorno era breve, ma tutti riuscivano a divertirsi e a stare insieme per costruire presepi, magari all’aperto, e raccogliere fastelli di rami secchi per far la “pira” (piroea-poroea) nel giorno dell’Epifania in modo da scacciare i malanni della lunga invernata. In quel tempo i bimbi erano spesso linfatici e venivano colpiti dai geloni (buanse) alle dita delle mani, ai piedi e alle orecchie.
Durante l’invernata il contadino aveva sempre qualcosa da fare: se non poteva andare nei campi restava nella stalla a riparare gli attrezzi di lavoro, impagliare qualche sedia rovinata e costruire con i giunchi dei cesti utili per la casa.

 

M. B.

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