Quando iniziava Giugno e il sole si spandeva benefico sulle coltivazioni agricole gli scolaretti si accorgevano che stavano per terminare le fatiche scolastiche e arrivavano le desiate vacanze e tanta libertà da spendere con gli amici in un ambiente spazioso e congeniale. Nella prima metà del secolo scorso la scuola impegnava quasi tutta la giornata: iniziava alle nove del mattino e si prolungava fino alle 12 con rientro pomeridiano alle 14 per terminare le lezioni alle ore 16. Rientrati in famiglia si dovevano svolgere i cosiddetti compiti per casa. E non era cosa gradita a molti alunni.
A mezza settimana, al giovedì, si faceva vacanza e ognuno poteva spendere quel giorno come voleva. Di solito a metà maggio, uscito da scuola, mi toglievo le calzature e a piedi nudi correvo verso casa e intanto la sacca, che portavo a tracolla, mi sbatteva ritmicamente sul fondo schiena e indolenziva la parte. La mia principale occupazione dell’estate era quella di scovare i nidi posti tra i rami degli alberi, lungo le siepi e i filari di vite. Tra amici si faceva la gara per rintracciare più nidi, la loro posizione, se le madri erano in cova oppure se erano nati i piccoli e da quanto.
Spesso mi capitava di dover allontanare dal prato e da altri terreni coltivati qualche galletto scappato dal recinto e il cagnetto “Mori” da me aizzato, lo rincorreva e lo allontanava in gran fretta.
In quel tempo avevo un fisico minuto, sembravo uno scricciolo, ma ero molto agile e scattante.
Salivo sugli alberi come un gatto ed ero in continua esplorazione del mondo circostante.
Mio padre possedeva una bicicletta da uomo che per me era una continua tentazione. Quando veniva a salutare la mamma, la cugina maestra, con la sua bicicletta da donna me ne impossessavo e con quella imparai a muovermi sulle due ruote. Più volte sbattei contro le siepi di spino che fiancheggiavano la strada sterrata, ma in breve divenni un esperto ciclista tanto da usare sotto palo, quella più alta del babbo, in un equilibrio instabile e pericoloso. Ero così sicuro di me che provai anche a staccare le mani dal manubrio e talvolta rovinai a terra procurandomi numerose escoriazioni. Ero un tipo mingherlino restìo ai pasti di famiglia e consumavo con piacere viticci d’uva e frutta acerba e tutto ciò che aveva gusto asprigno.
Vivevo serenamente la mia libertà in un ambiente spazioso e sicuro senza mai intralciare o impedire la libertà degli altri.
 


"niente paura"


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