In campagna, nei tempi andati, il bravo contadino sapeva intervallare le varie coltivazioni agricoli; infatti a maggio, dopo la prima fienagione, rivoltava la terra con l’aratro trainato da possenti buoi mentre un esperto bracciante seguiva le tracce per spargere a mano i chicchi di grano turco primaticcio (volgarmente detto sorgo).
La stessa operazione ripeteva a giugno, dopo la mietitura del frumento, con la specie meno pregiata del cinquantino così chiamato perché maturava più in fretta. Dopo l’aratura si faceva l’erpitura delle zolle e per tenere pulito il terreno si usava “unto di gomito” cioè la fatica. Appena le tenere pianticelle spuntavano dal suolo e iniziavano a crescere si dava mano alla zappa per estirpare le erbacce che crescevano insieme.
Quando esse raggiungevano l’altezza di circa 30 cm venivano selezionate da mani esperte e si provvedeva a fare i solchi per l’irrigazione estiva. Era bello osservare quei canaletti paralleli che garantivano la necessaria umidità alla crescita del mais rispettando il suo continuo bisogno di acqua. Intanto il solleone faceva il suo dovere e i culmi crescevano rigogliosi, in alto spuntavano i pennacchi e sul gambo l’involucro della pannocchia coperto di barbe.
Era impegnativo far scorrere l’acqua irrigua nei solchi, ma per i ragazzi rappresentava una festa da non perdere, perché attirava la loro curiosità. A qualcuno di essi veniva assegnato il compito di avvertire gli adulti che stavano all’inizio del campo quando l’acqua giungeva alla fine del percorso con l’abituale grido: « Voltea! ».
Nelle torride giornate di luglio era molto suggestivo entrare in quella verde boscaglia e vedere la ricchezza che stava al suo interno: ortaggi vari: cornette, tegoline, fagioli, zucche e qualche cucurbitacea (anguria) che estendevano le loro propaggini tra i solchi mettendo in bella mostra i bellissimi fiori gialli.
Spesso là sotto passeggiava la chioccia con i suoi pulcini e in quel luogo si sentivano sicuri dalle grinfie del nibbio (falchetto, poia). Essi bacchettavano larve e qualche seme e in pochi mesi diventavano da chilo e venivano venduti al mercato o usati per il pranzo della famiglia, cotti in umido e mangiati con la polenta scodellata sul tagliere di legno (panaro). A quell’arnese era legato un robusto filo di cotone, preso dal rocchetto della mamma, e serviva per tagliare le fette ancora fumanti.
Ai primi di settembresi sfogliavano i culmi per far maturare bene le pannocchie e più avanti si provvedeva a scartocciarle e si depositava il prodotto nel granaio.
Le parti più interne della brattea (scartosso) venivano conservate per riempire il saccone (pajon) che fungeva da materasso nelle case dei poveri, tutto il resto veniva dato in pasto agli animali della stalla.
Questi sono scorci di vita povera, ma serena che ancora parecchie persone ricordano e furono vissuti senza traumi esistenziali. I giovani di oggi dovrebbero prendere una strada diversa da quella attuale con i tanti sprechi fatti da gente mai contenta.


M.B.
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