Nella prima metà del secolo scorso, specialmente in questa stagione, la povertà di certe famiglie prive di lavoro e di guadagno si toccava con mano, tanto che non riuscivano a combinare pranzo e cena. Tuttavia, tra quella povera gente, erano tangibili la comprensione e l’aiuto reciproco.
Dopo la seconda guerra mondiale è avvenuto un totale cambiamento: si è mossa l’economia del Paese,

è partito il lavoro per tutti, nell’industria, nell’artigianato, nel commercio e quasi tutti hanno raggiunto il benessere che ha consentito di modificare i comportamenti delle persone. Nel contempo le esigenze e i bisogni dei giovani sono diventati preponderanti, i consumi familiari quasi sfrenati.
Raggiunto un buon livello di vita sarebbe convenuto a tutti usare più buonsenso, esercitare parsimonia, capire che il risparmio preserva il futuro: invece si sono raggiunti gli estremi dello spreco e ora se ne vedono le conseguenze.
Quando si era più poveri, le famiglie e i singoli si parlavano molto di più, si aiutavano vicendevolmente e i rapporti con il vicinato erano più amichevoli e sereni. Adesso che quasi tutti hanno raggiunto una certa agiatezza, le porte si sono chiuse, i confronti con gli altri si son fatti difficili e l’amicizia è andata “a farsi benedire”.
In quel tempo, che sembra così lontano, il mondo contadino viveva del piccolo podere e non era certo in grado di competere in fatto di ricchezza materiale, però nella casa patriarcale di allora si osservavano norme e regole che derivavano dall’esperienza dei padri. La famiglia era curata, i bimbi custoditi; esisteva una fattiva cooperazione fra adulti; gli anziani erano rispettati e considerati e non venivano esclusi dai problemi familiari, né tantomeno affidati a badanti e cronicari, espellendoli così dagli affetti e dalla vita.
Oggi, purtroppo, i nuclei familiari che si formano richiedono “un logo e un fogo”, vogliono cioè tutto e subito, al contrario delle forme del passato in cui tutta la comunità si fondava effettivamente sulla famiglia.
Ricordo con nostalgia il sonetto “Egoismo e carità” del poeta dei sentimenti Giacomo Zanella che così recita, nella parte finale: . . .Te poverella vite amo, che quando fiedon le nevi. . .
. . .In chiuso loco gaio frattanto il vecchierel vicino si asside al foco.
Tien colmo un nappo e il tuo licor gli cade nell’ondeggiar del cùbito sul mento.
Poscia floridi paschi ed auree biade sogna contento.

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