giovedì 12 ottobre u.s. e stiamo rientrando di buon mattino alla DOMUS PACIS, dopo aver partecipato alla celebrazione eucaristica presieduta da Padre Carmine Arice e rivolgendomi a chi cammina al mio fianco, mi escono spontanee queste parole: “È bello per noi essere qui!”…(Mt. 17,4). Ma il Convegno A.I.Pa.S. sta volgendo al termine ed è ormai giunto il momento di scendere dal Monte Subasio per ritornare alla nostra quotidianità, ai nostri impegni, al nostro servizio che come membri della Cappellania consiste nell’accostarsi ai malati dell’Ospedale con quello sguardo d’amore, con quella parola di vita che ci porta ad esclamare: “Non ho oro, nè argento ma quello che ho te lo dò” (At. 3,6). Noi agli ammalati offriamo Gesù Cristo vivo e vero.
Nel corso dei quattro giorni si sono susseguite voci di biblisti, medici, sacerdoti e religiosi che hanno ben spaziato sul mondo giovanile con le sue varie problematiche. I momenti più forti e commoventi sono stati quando sulla “cattedra” sono saliti dei giovani, i veri protagonisti del Convegno, a portare la loro testimonianza sulla malattia vissuta in prima persona e quanto sia stato fondamentale il ruolo della fede, facendo proprio il tema del Convegno stesso: GIOVANI – FEDE – MALATTIA.
Una diciannovenne albanese, uscita da poco da una lunga battaglia contro la leucemia, ha raccontato: la malattia sconvolge tutto, ti costringe a stare di fronte alla vita che non vorresti mai, ti rende fragile e ti porta ad avere delle ferite che però possono diventare delle “feritoie”. Ed è qui che quel Dio che aveva appena casualmente sentito nominare qualche volta, si introduce per portare un po’ di luce, di speranza e dare delle risposte a tanto smarrimento e sofferenza. Le risposte di cui i giovani vanno in cerca sono da sempre scritte nel Vangelo.
Ora, a quel Dio che ha cominciato piano piano a conoscere ed amare, non è più disposta a rinunciare, perché è il suo sostegno più rassicurante.
Questa invece è la testimonianza di Francesco: sta festeggiando al mare con gli amici il diploma ottenuto… si ritrova in un letto d’ospedale quasi completamente paralizzato. Per lui il “tutto e subito” che oggi si impone in ogni aspetto dell’esistenza viene abbattuto in pochi istanti.
La malattia costringe a ricalcolare tutta la vita…. e Francesco comincia a ricalcolare tutta la sua vita sulla Parola di un Altro…. Dopo un anno trascorso in Germania per terapie senza esito, quando ritorna a casa, saranno le parole di un Salmo per lui decisive: “Ho sperato, ho sperato nel Signore ed Egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude…” Sembrano scritte proprio per lui e la sua condizione non ostacola la vocazione che sta maturando, quella di diventare sacerdote. Oggi, con tanta serenità, è prete diocesano in carrozzina! Chiara Corbella Petrillo non è presente fisicamente al Convegno e la sua storia ci viene narrata da lei stessa attraverso un video registrato pochi mesi prima di morire. Pensando a Papa Francesco che ci propone sempre delle parabole dal sapore moderno, fatte di computer e cellulari, che se usati correttamente possono essere anche questi veicoli delle verità della fede, possiamo dire che la vita di Chiara, se pur breve, è sempre stata con Gesù, si è sempre messa dove c’era campo con Lui, con la famiglia, con gli amici, con la Comunità. La condivisione umana, senza vergognarsi, non ti guarisce ma ti aiuta a portare la croce e la preghiera di molti ti aiuta ad accettare la malattia. Più ci si lasciava coinvolgere dalla sua breve ma intensa esistenza e più si aveva la certezza che “Siamo nati e non moriremo mai più”. È il titolo del libro scritto subito dopo la sua morte.
Quanto ci hanno donato i giovani in quei giorni! Noi adulti spesse volte li giudichiamo in maniera negativa pur sapendo che questa generazione che chiamiamo millennials non è tanto diversa da tutte le precedenti anche se con i dolori di sempre si aggiungono oggi quelli del vivere online.
I giovani non hanno bisogno di essere studiati a tavolino, ma è urgente uscire per andare ad incontrarli nei loro luoghi esistenziali senza avere la pretesa di portarli dentro i nostri recinti.
Don Michele Falabretti affermava che un’esperienza di vita vissuta insieme vale a volte più di una bella omelia.
Come Chiesa, come volontari della pastorale della salute a volte ci capita di incontrare dei giovani “lontani-lontani” e che incroci solo perché inchiodati ad un letto. Scopri che hanno il fiuto della vita, capiscono subito se c’è la passione per loro o se sei un semplice “mestierante”.
Come essere sempre più veri ed autentici nei loro confronti? Ad Assisi abbiamo camminato “sui passi di Francesco” e abbiamo fatto visita anche al Nuovo Santuario di Santa Maria Maggiore o meglio il Santuario della Spogliazione.
Qui ognuno era invitato a meditare sulla propria storia personale e cercare di dare un nome a quei “vestiti” che tiene stretti, ma dai quali desidera spogliarsi per avanzare nel suo cammino di fede e per diventare sempre più testimone credibile di quel Cristo che si è spogliato di tutto.

 


Gianna Rosso

Il 15 agosto 2013 iniziavo il mio servizio presso l’ospedale di Cittadella e quindi nella Pastorale sanitaria diocesana.
L’ospedale era, come per molti anche per me, una rappresentazione di un luogo sostanzialmente da evitare il più possibile; se ci vai ci sono problemi, o tuoi o di qualche tuo caro...speriamo d’evitarlo.
Poche settimane dopo non la pensavo più così.
In effetti a ben pensarci, diventa spesso anche un luogo dove si celebra la vita, quando qualcuno nasce e chi vive la sofferenza della malattia vi trova una guarigione.

Come Cappellania dell’Ospedale, ci stiamo accingendo a vivere anche quest’anno il XXXIII Convegno Nazionale A.I.Pa.S. (9 – 12 ottobre 2017).

Ad Assisi ci presentiamo consapevoli di essere Chiesa che adempie anche al comando di Gesù Cristo: “ANDATE E CURATE”.

Per noi che varchiamo la soglia di un ospedale come Ministri della Comunione, la formazione a questo servizio è sempre importante perché ci aiuta molto a crescere come persone e come credenti e a saper trovare il giusto equilibrio tra l’essere e il saper fare.

Blaise Pascal diceva che “la malattia è il luogo dove si apprende”. Ecco alcune dimensioni che in essa si possono trovare.
1. L’Attesa, ovvero ciò che crea una “tensione”, una dinamica, un essere protesi verso qualcosa o qualcuno.
Questa Attesa nel malato si sposta dalle normali attese del vivere, quelle legate alla quotidianità, ad una attesa, talvolta inerme e svuotata di senso, legata al non conoscere il proprio destino.

Secondo le storie delle dodici tribù di Israele c’era un certo Gioacchino, uomo estremamente ricco. Le sue offerte le faceva doppie, dicendo: “Quanto per me è superfluo, sarà per tutto il popolo, e quanto è dovuto per la remissione dei miei peccati, sarà per il Signore, quale espiazione in mio favore”.
[2] Mentre egli così agiva, il Signore gli moltiplicava i greggi, sicché nel popolo d’Israele non c’ era uomo come lui. Aveva iniziato a comportarsi così dall’età di quindici anni.


"niente paura"


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