In un mondo che spesso "prende in considerazione" quelli che producono, talora quelli che consumano, sembra che il pensionato sia solo un problema sociale.
Sembra proprio che "non produce più" sia un peso, uno che consuma risorse che potrebbero servire per realizzare belle opere, per fare opportuni investimenti.
Sembra così "un guaio" che la vita si sia oggi prolungata, anche se non migliorata tanto da far pensare che "certe persone" continuino a "mangiare il pane a uffa".


Dimentichiamo quanto spesso hanno lavorato, sacrifìcato, risparmiato, investito con versamento di contributi pensando con fiducia alla loro vecchiaia Ma c'è spesso poi il pericolo di estraniarli, di farli sentire sorpassati, quasi inutili, dimenticando quante esperienze vissute, quanti valori seminati, quanti affetti... Può capitare così anche a un prete in certe condizioni, che più che il peso degli anni, sente la fragilità del corpo, con gli acciacchi persistenti, tanto che capisce di non farcela più da solo, ma di dover far affidamento su altri.
Essere allora trattati da "vecchi da ricovero" quando c'è una grave menomazione può esser inevitabile perché necessario, specie in certe situazioni, ma vivere questa esperienza da persone "normali"costa molto, ma è un'occasione che aiuta a rifl ettere, che porta a badare all'essenziale, a guardare a quei valori spesso trascurati in un mondo frastornato, quasi ubriacato da tante suggestioni, individuali e collettive.
Si dà per scontato,per esempio, che un prete sia dedito alla preghiera quotidiana in uno stile di "umile servizio": ma spesso per i diversi impegni e le tante attività non riesca a trovare il tempo e la serenità per fermarsi, rifl ettere e pregare, relegando tutto solo a certi momenti, quasi a ritagli di tempo di una intensa giornata pastorale.
Allora la scelta fatta da Papa Benedetto non appare più come "il ritirarsi per stare tranquillo, per coltivare i propri hobby, per riposarsi finalmente delle tante fatiche", ma un modo di "servire la Chiesa" procurandole un supplemento di Spirito con la preghiera, la meditazione, il silenzio fecondo, in quest'epoca di grande confusione, dentro e fuori dalla Chiesa, per aiutare la "barca di Pietro" ad arrivare in porto.
Allora quei famosi tempi morti, da riempire di cose futili con una certa rassegnazione o una certa fantasia, diventano opportunità, quasi necessità per fare cose importanti, come pregare, leggere, rifl ettere, scrivere, preparandosi a certi impegni occasionali.
Quella stanza isolata allora non è più la cella fredda di un carcere, ma quella di un monastero, dove si sentono le voci di un mondo che soffre, per raccoglierle e offrirle. Intanto fuori la vita corre, gli avvenimenti incalzano, le notizie spesso si accavallano, ma puoi tenerli tutti presenti nel ricordo della tua preghiera, come fanno i monaci.
Allora le voci che arrivano da una chiesa, vicina o lontana, trovano un eco nel cuore, anche senza il solito commento con qualcuno, che spesso finisce in chiacchiera. Intanto si può avere tanta attenzione alle piccole vicende quotidiane di persone talora "parcheggiate" che aspettano però una parola, un gesto, un sorriso perché sentono che il giorno è lungo e la sera s'avvicina ed hanno tanto bisogno di chi gli stia vicino. Una piccola lampada accesa nella notte per fare compagnia ed infondere speranza.
Speriamo non venga spenta per risparmiare!

Don Domenico Frison


"niente paura"


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