È esperienza nota, che accomuna diverse persone nei secoli e che oggi spesso si sente risuonare tra le corsie, specie in coloro che – magari con le valigie in mano pronti per la dimissione – hanno la consapevolezza che “il pericolo è passato” e così dicono: ho una fede diversa ora.
Non si possono contare le persone che ritrovano un senso inedito e più profondo alla loro vita a seguito della malattia.
Iniziano a guardare al cielo in un modo diverso, hanno fatto però l’esperienza del limite, talvolta anche della paura e dell’incapacità a determinare il proprio futuro. Qualcuno parla di conversione.
Ma è solo per questo che orientano la propria vita verso una spiritualità maggiore? Per il pericolo scampato per cui - si dicono - “meglio essere apposto anche con Dio”? Se così fosse, queste sensazioni presto verrebbero dimenticate, relegate nello spazio dei “buoni propositi”.
Ma non sempre è così.
La malattia obbliga a tante cose, dipende dalla patologia, ma una le accomuna tutte: ci si deve fermare! Tante maschere e convinzioni cadono e, finalmente, si guarda allo specchio dell’anima.
E si vede il proprio vero volto.
Prima ci si poteva nascondere dietro ai giusti impegni da perseguire, alle responsabilità, alle necessità da affrontare. Prima si poteva anestetizzare ogni domanda di senso, ci si poteva distrarre insomma o colmare il tutto con “gli altri dei” che ogni cultura ha saputo generare. Ora non si riconoscono più i miti privi di vita, svuotati dell’Eterno, che ci possono attrarre; diventano molto relativi specie in un momento di vita in cui, percependo la precarietà, si ricerca piuttosto elementi stabili e duraturi.
E così talvolta inizia un vero percorso di fede pensata nella quale emerge la propria libertà di porsi domande e di cercare risposte.
In 1 Pt 3, 15 si legge: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.“ Render ragione alla speranza, questo diventa quindi l’imperativo dei credenti.
Avere ragionevolezza sulla propria fede, sapersi confrontare con onesta intelligenza alle domande e attese che l’incontro con gli altri richiedono.
Non solo preghiere – pur importanti – ma anche dialogo franco, non intransigente, capace anche di dimorare nel dubbio e di condividere le speranze.
Questo è richiesto ad ogni cristiano da sempre ed in particolare nei confronti di chi, “costretto” a sostare con i propri pensieri, disturbato o addirittura intimorito da una salute vacillante.
dD
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