Blaise Pascal diceva che “la malattia è il luogo dove si apprende”. Ecco alcune dimensioni che in essa si possono trovare.
1. L’Attesa, ovvero ciò che crea una “tensione”, una dinamica, un essere protesi verso qualcosa o qualcuno.
Questa Attesa nel malato si sposta dalle normali attese del vivere, quelle legate alla quotidianità, ad una attesa, talvolta inerme e svuotata di senso, legata al non conoscere il proprio destino.

La capacità, il dono interiore, è quello di saper ridestare l’attesa, il desiderio di un incontro, che può anche semplicemente essere quello del paziente con il suo medico, una persona – il medico – nella quale il malato, per la sua condizione, ripone comprensibilmente molta fiducia e speranza. Un incontro che “accorcia i tempi”, che abbrevia le prospettive, spostandole da un tempo lungo e incerto, magari carico di timori, a quello immediato e più confortante “del giorno dopo”, della terapia che si andrà ad iniziare, ad una speranza più vicina e “tangibile”.
Si potrebbe obbiettare che questo sembra essere solo un sottile “inganno”, una forma di alienazione dalla realtà, ma proprio nella realtà che è Evangelica, del vivere ogni giorno “al quale basta la sua pena” (Mt 6,34), ma che è anche carico di opportunità, di novità, di grazie… tutte cose che vengono da Dio Padre, che crea un giorno nuovo, prezioso per il nostro cammino verso di Lui.
2. La Vicinanza è quella che potremmo identificare, volendo, nella Parabola del Buon Samaritano, di colui che si fa prossimo, vicino all’altro, che si prende cura di… ma potremmo anche andare oltre.
È la vicinanza che aiuta il malato a non sentirsi solo e abbandonato, a non sentirsi rifiutato o evitato, assieme alla sua malattia.
È la vicinanza che a volte non si riesce a trovare o sentire, persino nelle persone che nel lessico comune si identificano appunto come le “più vicine”. Sono tanti i motivi e le ragioni per cui questo può accadere e può essere lo stesso malato a creare delle barriere, ma in realtà è proprio ciò che il malato, il sofferente cerca e desidera e spesso lo cerca, più o meno inconsciamente, anche in chi, professionalmente, è chiamato a mostrargli una via di guarigione, una speranza.
Non possiamo inoltre comunque negare che vi è più di un momento – soprattutto nella malattia – dove l’Uomo si sente ed è profondamente solo… una solitudine inaccessibile a chiunque, tranne che a Dio.
3. La Presa di coscienza, l’Uomo non è la sua malattia.
È la presa di coscienza che noi non siamo “solo” il nostro corpo, né tanto meno siamo solo una parte di esso, né per l’appunto, siamo la nostra malattia, qualora fossimo malati.
Eppure capita sovente di identificare l’Uomo con la sua malattia: “è un malato di…”; “sono un malato di…”. In realtà per rivelazione e per fede sappiamo che l’Uomo è ben altro. È dotato di un’anima immortale al cui destino parteciperà anche il corpo rigenerato nella Resurrezione di Cristo quando verrà il Tempo.
Un valore, ed è questo il fatto per certi versi sconvolgente, che può scoprire, gustare, sperimentare ogni singolo giorno, in ogni singolo istante, perché in questo nostro essere innestati nell’Infinito ogni istante non è necessario viverlo come segno della finitudine, ma al contrario come istante che ci avvicina a Colui che non ha Tempo, né avrà fine e di cui siamo resi partecipi. In ogni istante ci si può sentire amati.

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