Il 15 agosto 2013 iniziavo il mio servizio presso l’ospedale di Cittadella e quindi nella Pastorale sanitaria diocesana.
L’ospedale era, come per molti anche per me, una rappresentazione di un luogo sostanzialmente da evitare il più possibile; se ci vai ci sono problemi, o tuoi o di qualche tuo caro...speriamo d’evitarlo.
Poche settimane dopo non la pensavo più così.
In effetti a ben pensarci, diventa spesso anche un luogo dove si celebra la vita, quando qualcuno nasce e chi vive la sofferenza della malattia vi trova una guarigione.

Di sicuro troviamo il dolore, la sofferenza, il disagio (anche la morte)ma questi di giorno in giorno hanno assunto per me la connotazione di “un luogo sacro”.
Potrà sembrare strano sentire questo in una cultura estremamente estetica, che mira solo al bello e che considera tabù il dolore...eppure era proprio ciò che vedevo dispiegarsi davanti ai miei occhi.
La malattia fa questo: ti obbliga a fermarti, a calare la maschera e a cercare nuovi significati.
Non tutti la vivono così, purtroppo. Presi da cose da fare, da esami, analisi, operazioni e attese entrano nell’ospedale come fosse una galleria da cui uscire al più presto.
Da un certo punto di vista trovo sensata questa cosa perché significa il ritorno alla normalità ma da un altro lato ho capito che anche il sentirsi limitati, bloccati dentro un reparto, può favorire una certa evoluzione interiore.
Sono innumerevoli gli episodi a cui ho assistito in questo senso. Ne cito uno su tutti, chiaramente offro solo indicazioni generali per tutelare la privacy della persona interessata ma credo mostri comunque una cifra dell’argomento.
Una persona viene trovata vagante e in stato confusionale e minaccia seriamente il suicidio.
Subisce un ricovero e passerà alcune settimane sotto osservazione finché la situazione non trova un equilibrio soddisfacente per il rientro a casa.
Durante quelle settimane c’incontriamo.
Volutamente il mio stile con tutti i pazienti non è per nulla dogmatico o catechetico; sono solo una persona con un identità precisa che ne incontra un altra.
Con sicurezza devo dire che non ho mai cercato di fare proselitismo nelle corsie, semplicemente incontravo chi c’era ( e talvolta erano questi a chiedermi allora un colloquio o i sacramenti).
Con questo stile, non giudicante e privo di secondi fini, la saluto e mi faccio vicino per quello di cui sono capace, con assoluta discrezione ma anche tentando di trasmettere un po’ di positività.
Da lì nascerà una svolta nella relazione al punto che, poco prima di tornare a casa, mi regalerà un libro a lei tanto caro e significativo dal punto di vista spirituale e umano (proprio il suo, non comprato per l’occasione) e non mancherà mai di passare a salutarmi nelle varie visite di controllo successive dicendomi che, in quel momento di prova e di buio, un sorriso e una volontà d’ascolto hanno favorito il lavoro che tanti professionisti stavano compiendo con lei per il ritorno alla vita. Ora vive felice, affrontando le sfide che si presentano nella sua esistenza forse con una forza in più: l’esperienza.
Perdonate se sono stato generico nella descrizione; l’obiettivo è solo quello d’affermare che, anche nella notte più oscura del male, si possono trovare nuove risorse, nuove luci e così, per quanto possibile, compiere l’unica cosa che davvero dobbiamo fare nella vita: progredire.
Il sistema sanitario come ben sappiamo è in profonda mutazione ( ma direi anche il sistema chiesa) ma fintanto che verranno garantiti spazi per l’evoluzione della mente, del cuore e dello spirito troveremo vicende analoghe che ci faranno ben sperare.
Questo è il passato; ora vorrei descrivere, per quanto possibile, il mio futuro.
Continuerò ad operare nella pastorale sanitaria diocesana, sia nell’ambito della formazione degli operatori che nell’incontro con le persone, specialmente nella consulenza psicologica ed inoltre, anche se non è ancora stata definita, presterò il mio ministero in aiuto di una parrocchia nei dintorni.
Avremo quindi ancora occasioni per incontrarci.
Concludo esprimendo alcuni ringraziamenti che mi stanno molto a cuore: A don Giuseppe Campagnaro, per la fraternità sincera, per le molte condivisioni avute e per la curiosità che lo spinge a conoscere, a cambiare; salute permettendo continuerà ad esercitare il suo ministero in ospedale.
A suor Angelina Bergamin, vera colonna del nostro ospedale e suora che ha dedicato l’intera sua esistenza all’assistenza ai malati, per l’esperienza, la disponibilità verso tutti e la dedizione icrollabile.
Ai ministri straordinari dell’eucaristia; state davvero mostrando a tutti il significato della parola carità con discrezione e fede.
Ai pazienti che ho incontrato e anche a quelli che ora sono presso il Padre; spesso ho ricevuto più di quello sono stato capace di dare, quest’esperienza con voi sarà un bagaglio perpetuo nella mia vita.
Ai dirigenti, ai medici, infermieri e vari operatori presenti in ospedale; ho sempre notato la vostra professionalità unita ad una grande cordialità, sono queste credo le vere qualità che manifestano la vostra eccellenza.
Ai fedeli che popolano la Chiesa dell’Ospedale ogni settimana; condividere insieme le celebrazioni domenicali e le solennità ci ha fatto sentire vicini nella speranza e nella ricerca interiore.
Ai sacerdoti e religiosi del vicariato, ci siamo sempre incontrati (e magari ancora lo faremo) ma i momenti più belli sono stati quando vi ho visto andare a trovare i vostri parrocchiani nelle corsie.
A don Roberto Calderaro, sacerdote diocesano e mio successore, un augurio di vivere una profonda esperienza umana, spirituale e pastorale.
Infine, non per ultimo, a don Diego Carretta, ex parroco di san Giorgio in Brenta e ora collaboratore nell’unità pastorale di Fontaniva, hai accolto me e la nostra chiesa dell’ospedale nella tua esperienza pastorale e umana favorendo non solo un arricchimento reciproco ma una vera familiarità.
Il dramma del seminatore è che talvolta non è lui a raccogliere quello che ha seminato ma è pur vero che spesso, prima, è lui stesso che raccoglie i frutti d’altri; in questi anni devo dire che sono stati, questi, davvero tanti e prego che nel futuro altri ancora ne possano nascere.


dDavide

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