Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!” E dwa quell’ora il discepolo l’accolse con sè. (Dal Vangelo di Giovanni 19, 27) Alcuni passaggi del messaggio a cura dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute • La prospettiva nella quale si colloca il tema scelto dal Santo Padre per la XXVI Giornata Mondiale del Malato

è al vertice del dramma cristiano. La scena è quella - oscura e tragica - della crocifissione di Gesù. Lo strazio fisico e l’umiliazione morale e spirituale del suppliziato si snodano fra il dolore di pochi, l’aberrazione di chi tenta la sorte per spartirsi i poveri panni del Signore e i distinguo sofistici di chi vorrebbe cambiare il titolo della condanna scritto da Pilato. Una scena da brividi, la quale non deve apparire sfumata dal tempo, se solo prestiamo attenzione alle migliaia di calvari anonimi a cui ci stanno abituando questi tempi di violenza diffusa e generalizzata.

  • • A illuminare e ri-umanizzare questa scena da incubo sta l’insopprimibile dominio di Sé del Signore Gesù. Non un insopportabile stoicismo che si autoaliena dal dramma, ma la forza di un amore senza limiti, che costituisce l’essenza stessa di Dio, cioè l’amore. Mentre il Suo corpo straziato non può più compiere un gesto, l’amore può ancora esprimersi nello sguardo e nella parola. ‹‹Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre...›› (Gv 19, 26). È la visione della madre che riscalda ancora per pochi istanti il cuore del Signore e lo spinge a parlare.

Gesù non chiede pietà, conforto, sollievo, ma va incontro alla realtà concreta della persona più amata, la madre. Il Vangelo di Giovanni ci riferisce due espressioni destinate a realizzare una nuova comunione: ‹‹Donna, ecco tuo figlio!... Ecco tua madre!››. Gesù chiede a Maria di riconoscere il discepolo amato (nel quale è adombrato ciascuno di noi) come proprio figlio.

E al discepolo Gesù consegna Maria per madre.

  • • Attraverso il Suo sguardo, Gesù apre una nuova dimensione della comunione e dell’amore, che trova risposta nell’obbedienza del discepolo: ‹‹E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé››. Qui c’è già tutta la Chiesa: Maria e il discepolo.
  • • Quello che Giovanni ci consegna, quindi, non è un fatto privato, una vicenda sulla quale calare un sipario di dolore e di silenzio, ma è la Chiesa nascente, capace di guardare, di parlare, e di accogliere. Gesù mostra fino all’ultimo il suo amore per i suoi discepoli, perché simbolicamente ora egli provvede un contesto comunitario e di reciproco amore, in cui essi vivranno dopo la sua dipartita. E tutto questo è la Chiesa.
  • • La comunione tra Dio e gli uomini e degli uomini fra loro è espressa visibilmente sul volto della Chiesa, tanto che essa diventa sacramento, cioè segno e strumento di questa comunione, come insegna il Concilio Vaticano II. Tale comunione varca i confini ecclesiali visibili, e dunque impegna i cristiani verso tutti gli uomini, senza distinzione di appartenenza. Questo è testimoniato nel Vangelo con inequivocabile chiarezza dalla parabola del Buon Samaritano o dalla scena del giudizio universale che leggiamo nel Vangelo di Matteo, in cui le opere di misericordia, compiute o rifiutate, e destinate a volti sconosciuti - uno solo di questi miei fratelli più piccoli - decideranno della vita eterna o della condanna.
  • • A questo riguardo, l’esperienza ecclesiale non parte da zero. Papa Francesco scrive nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium, n. 77: ‹‹Devo dire in primo luogo e come dovere di giustizia, che l’apporto della Chiesa nel mondo attuale è enorme. Il nostro dolore e la nostra vergogna per i peccati di alcuni membri della Chiesa, e per i nostri, non devono far dimenticare quanti cristiani danno la vita per amore: aiutano tanta gente a curarsi o a morire in pace in precari ospedali, o accompagnano le persone rese schiave da diverse dipendenze nei luoghi più poveri della Terra, o si prodigano nell’educazione di bambini e giovani, o si prendono cura di anziani abbandonati da tutti, o cercano di comunicare valori in ambienti ostili, o si dedicano in molti altri modi, che mostrano l’immenso amore per l’umanità ispiratoci dal Dio fatto uomo››.
  • • E tuttavia la consapevolezza di questa grande e bella storia alla quale apparteniamo non può farci sentire tranquilli. Benedetto XVI, nella Messa d’inizio del pontificato, il 24 aprile del 2005, ha parlato della santa inquietudine di Cristo che ci deve animare: ‹‹La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi››.

La XXVI Giornata Mondiale del Malato ha quindi lo scopo di rinnovare la santa inquietudine di Cristo che porta a termine la missione del Padre, invitando i discepoli a guardare, riconoscersi, amare, farsi carico l’uno dell’altro.

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