Aiutami, Signore, nella tribolazione, perché vano è ogni soccorso umano (Sal 59,13). Quante volte non ho trovato lealtà là dove m’ero illuso di trovarla! E quante volte l’ho trovata dove meno avrei creduto! Dunque è vano sperare negli uomini; ma in te, o Dio, è la salvezza dei giusti (Libro III, cap. 45).

Quanto saggiamente ci hai consigliati di doverci guardare dagli uomini e che i nemici dell’uomo sono i suoi familiari; e che non c’è da credere se alcuno dice:  Eccolo qui o: Eccolo là! (cf. Mt 10,17; Michea 7,6; Mt 24,23). Ho imparato a mie spese; e magari ciò mi faccia più cauto e non accresca la mia insipienza! Bada bene, mi dice uno, bada bene, e tieni per te quanto ti dico. E mentre tengo la bocca chiusa e mi figuro che sia un segreto, egli non sa tacere quel che voleva ch’io tacessi, e d’improvviso tradisce me e sé, e mi abbandona. Da certi ciarloni e incauti guardami tu, o Signore, perché non incappi nelle loro mani, né commetta mai tali azioni. Mettimi sulle labbra parole schiette e fedeli, e tieni lontana da me una lingua maldicente. Io debbo evitare in tutti i modi ciò che non voglio patire (Libro III, cap. 45).

La testimonianza degli uomini spesso inganna: solo il mio giudizio è vero, starà saldo e non sarà rovesciato. Per lo più esso è occulto e a pochi viene reso noto nei singoli casi: ma non erra mai né può errare, anche quando sembrasse sbagliato agli occhi degli stolti.

Bisogna dunque ricorrere a me per qualunque giudizio, e non fondarsi sul proprio criterio.

Il giusto non si turberà qualunque cosa gli accada da parte di Dio (Proverbi 12,21): e anche se fosse proferita una cosa ingiusta contro di lui, non vi baderà troppo. E neppure si rallegrerà vanamente, se viene con buone ragioni scusato dagli altri. Perché egli pensa che io sono colui che scruta i cuori e le reni (Sal 7,10), che non giudico dal di fuori e secondo l’umana apparenza. E spesso ai miei occhi si trova colpevole chi per giudizio degli uomini sembra degno di lode (Libro III, cap. 46).

Figlio, non ti abbattano le fatiche che hai abbracciato per amor mio, né ti deprimano mai le tribolazioni, ma qualunque cosa t’accada, ti fortifichi e consoli la mia promessa. Io solo so ricompensarti sopra ogni modo e misura (Libro III, cap. 47).

La natura fa tutto per interesse e per proprio comodo: nulla è capace di fare gratuitamente, ma per i suoi benefici spera d’avere il contraccambio, o qualcosa di più, o lode o favore, ambisce che i suoi gesti e i suoi regali siano molto apprezzati. La grazia, invece, non cerca nulla di temporale, né altro premio domanda per mercede che Dio stesso; e tanto vuole dei beni terreni, di cui non può fare a meno, quanto le può servire al conseguimento dei beni eterni La natura gode dei molti amici e parenti, vanta nobile patria, illustri natali; è servile con i potenti, adula i ricchi, applaude quelli del suo rango.

Ma la grazia ama anche i nemici e non insuperbisce se ha un gran numero d’amici, né vanta luogo o condizioni i natali, se non in quanto vi sia una maggior virtù; favorisce più il povero che il ricco, compatisce più l’innocente che il potente, si rallegra col veritiero e non col bugiardo, ed esorta sempre i buoni che aspirino a doni migliori, e per mezzo delle virtù si conformino al Figlio di Dio.

La natura si lamenta subito di ciò che le manca o le reca molestia; la grazia invece soffre la povertà con fermezza.

La natura piega tutto a suo vantaggio, combatte e litiga a suo profitto.

La grazia rivolge ogni cosa a Dio, da cui tutto come da sorgente deriva, nessun bene si attribuisce, né arrogantemente presume, non contrasta né mette innanzi il proprio all’altrui parere, ma in tutto ciò che pensa e sente si sottopone alla sapienza eterna e ne fa giudice Dio.

La natura è ghiotta di conoscere i segreti e udire le novità, vuol farsi vedere e avere esperienza sensibile di molte cose: desidera d’essere conosciuta e fare quello che produce lode e ammirazione.

Ma la grazia non si cura di saper novità e curiosità, perché tutta questa novità non nasce che dall’oblío delle antiche memorie: infatti al mondo nulla è nuovo, nulla durevole. La grazia insegna a frenare i sensi, a evitare la vana compiacenza e l’ostentazione, a nascondere per umiltà quanto sarebbe degno di lode e d’ammirazione, a cercare in ogni cosa e in ogni scienza un frutto di utilità e la lode e l’onore di Dio. Non vuole che si esalti né lei né le sue cose; desidera solo che Dio sia benedetto nei suoi doni, il quale tutto largisce per pura carità (Libro III, cap. 54).

Con affetto vostro don Remigio


"niente paura"


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