Quest’anno il mese di febbraio risulta “normale”: per la Liturgia siamo infatti nel tempo ordinario, in quanto la Quaresima inizia il 9 marzo.

Il concetto di “normalità” ci porta inevitabilmente a chiederci che cosa sia normale nella vita, nella quotidianità di molti.

Penso, ad es. agli studenti. La loro vita “normale” consiste nell’andare a scuola ogni mattina, nello studiare con diligenza, mettendo a frutto tutte le proprie doti, spingendo, se possibile, al massimo il motore-cervello perché non resti pigro.


Non sarebbe normale andare a scuola e non essere attenti. Non sarebbe normale passare ore a giocare, messaggiare, telefonare ecc. trascurando lo studio.

Penso a chi è a servizio del pubblico in qualsiasi settore. Qual è la sua normalità? Certamente nell’unire alla professionalità una dose giusta di accoglienza, di delicatezza, pazienza, disponibilità che mettono a proprio agio anche chi è inesperto, anziano, straniero.

Consideriamo un operaio che svolge il suo lavoro: è normale che ci metta impegno, che non perda tempo, che sia rispettoso e collaborativo in modo che si realizzi un andamento ottimale dell’azienda, della fabbrica.

Se, al contrario, guardo al datore di lavoro, ritengo normale la sua richiesta di rendimento adeguato da parte dell’operaio, e altrettanto normale l’organizzazione del lavoro che non sia mai lesiva della dignità e della integrità fisica di chi lavoro. Il lavoratore sfruttato non può vivere una vita personale, familiare e di relazione armoniosa e “normale”.

Penso a chi è medico, infermiere, volontario: la quotidianità sta nel curare il malato o l’anziano, ma è normale che in questa quotidianità entrino un sorriso, una parola, un gesto gentile che sono talvolta più efficaci delle medicine.

E che cosa sarebbe normale per un malato o un anziano? Anzitutto accettare la propria condizione e, se fosse possibile, farne una opportunità per crescere nelle dimensioni della fede, della speranza, della carità che migliorano la qualità della vita e la santificano.

Penso poi alle famiglie: si respira “normalità” dove l’amore trova espressione nel rispetto, nell’armonia, nella condivisione di valori e di scelte; dove l’osservanza di determinate regole mette in evidenza la maturazione del senso di responsabilità nei confronti di un comune cammino verso una continua crescita umana e cristiana.

È normale che il credente e praticante impieghi un tempo congruo della sua giornata nella preghiera, nella meditazione della Parola, nell’ascolto attento di Dio che ci parla nell’intimo per guidarci al bene.

C’è invece chi non crede, oppure crede ma non pratica: la sua normalità è “anomala” in quanto Dio è spinto ai margini della vita. Si potrebbe parlare di normalità solo se non venisse soffocato il desiderio di fare chiarezza nella mente e nel cuore, di vagliare le proprie convinzioni, di cercare le cause di una mancanza di fede, di un atteggiamento di sfiducia nei confronti delle persone di Chiesa. Vivere pienamente il cristianesimo rende più buoni, più sereni, più attenti anche alle cose del mondo: questo è “veramente” normale.

E nella nostra comunità? È normale che ognuno si senta coinvolto nella sua crescita, nella sua maturazione, nella sua missione, nei suoi tentativi di arrivare a tutti: a chi crede perché cresca sempre più nell’amicizia con il Signore; a chi non crede perché intraveda la possibilità di godere della luce, della pace e della gioia doni di nostro Signore.

Con affetto


Vostro don Remigio


"Per un pugno di dollari"


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