Con l’ultima domenica di novembre (27) inizia l’Avvento, il più lungo di questi anni perché fatto da quattro settimane intere.

L’Avvento è il tempo dell’attesa. Non l’attesa della venuta gloriosa di Cristo, Re e Giudice, che caratterizza questi ultimi giorni dell’anno liturgico, ma l’attesa della prima venuta di Gesù mandato in mezzo a noi dall’amore del Padre.

L’Avvento è tempo di dialogo con tutti gli uomini che attendono qualcuno o qualcosa che dia senso pieno alla loro vita. Gesù è sceso per donarci la vita in pienezza. Ha accettato di dialogare con tutti, anche con coloro (scribi e farisei) che lo tentavano, lo mettevano alla prova.

Talvolta ha usato toni duri, perché di fronte alla verità e al bene comune non si può essere sempre “teneri” e remissivi.

Da Gesù impariamo l’arte del dialogo. Un’arte che Paolo VI, nella sua prima Enciclica del 1964 Ecclesiam suam, ha descritto come impegno urgente della Chiesa nei confronti del mondo. Dialogo che dovrebbe caratterizzare i rapporti in famiglia, al lavoro, nei vari ambienti, con tutte le persone che incontriamo.

Riporto alcuni passi del testo splendido di Paolo VI perché ci aiuti a vivere questo periodo impegnandoci il più possibile nel dialogo.

Scriveva il Papa:

Superiori caratteristiche del colloquio della salvezza

Bisogna che noi abbiamo sempre presente questo ineffabile e realissimo rapporto dialogico, offerto e stabilito con noi da Dio Padre, mediante Cristo, nello Spirito Santo, per comprendere quale rapporto noi, cioè la Chiesa, dobbiamo cercare d'instaurare e di promuovere con l'umanità.

1. Il dialogo della salvezza fu aperto spontaneamente dalla iniziativa divina: Egli (Dio) per primo ci ha amati: toccherà a noi prendere l'iniziativa per estendere agli uomini il dialogo stesso, senza attendere d'essere chiamati.

2. Il dialogo della salvezza partì dalla carità, dalla bontà divina: Dio ha talmente amato il mondo da dare il suo Figliuolo unigenito: non altro che amore fervente e disinteressato dovrà muovere il nostro.

3. Il dialogo della salvezza non si commisurò ai meriti di coloro a cui era rivolto, e nemmeno ai risultati che avrebbe conseguito o che sarebbero mancati; non hanno bisogno del medico i sani: anche il nostro dev'essere senza limiti e senza calcoli.

4. Il dialogo della salvezza non obbligò fisicamente alcuno ad accoglierlo; fu una formidabile domanda d'amore, la quale, se costituì una tremenda responsabilità in coloro a cui fu rivolta, li lasciò tuttavia liberi di corrispondervi o di rifiutarla, adattando perfino la quantità dei segni alle esigenze e alle disposizioni spirituali dei suoi uditori e la forza probativa dei segni medesimi, affinché fosse agli uditori stessi facilitato il libero consenso alla divina rivelazione, senza tuttavia perdere il merito di tale consenso. Così la Nostra missione, anche se è annuncio di verità indiscutibile e di salute necessaria, non si presenterà armata di esteriore coercizione, ma solo per le vie legittime dell'umana educazione, dell'interiore persuasione, della comune conversazione offrirà il suo dono di salvezza, sempre nel rispetto della libertà personale e civile.

5. Il dialogo della salvezza fu reso possibile a tutti; a tutti senza discriminazione alcuna destinato; il nostro parimenti dev'essere potenzialmente universale, cattolico cioè e capace di annodarsi con ognuno, salvo che l'uomo assolutamente non lo respinga o insinceramente finga di accoglierlo.

6. Il dialogo della salvezza ha conosciuto normalmente delle gradualità, degli svolgimenti successivi, degli umili inizi prima del pieno successo; anche il nostro avrà riguardo alle lentezze della maturazione psicologica e storica e all'attesa dell'ora in cui Dio lo renda efficace. Non per questo il nostro dialogo rimanderà al domani ciò che oggi può compiere; esso deve avere l'ansia dell'ora opportuna e il senso della preziosità del tempo. Oggi, cioè ogni giorno, deve ricominciare; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto.

. . . Questa forma di rapporto indica un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva ed abituale, la vanità d'inutile conversazione. Se certo non mira ad ottenere immediatamente la conversione dell'interlocutore, perché rispetta la sua dignità e la sua libertà, mira tuttavia al di lui vantaggio, e vorrebbe disporlo a più piena comunione di sentimenti e di convinzioni.

Suppone pertanto il dialogo uno stato d'animo in noi, che intendiamo introdurre e alimentare con quanti ci circondano: lo stato d'animo di chi sente dentro di sé il peso del mandato apostolico, di chi avverte di non poter più separare la propria salvezza dalla ricerca di quella altrui, di chi si studia continuamente di mettere il messaggio, di cui è depositario, nella circolazione dell'umano discorso.

Chiarezza mitezza fiducia prudenza

Il colloquio è perciò un modo d'esercitare la missione apostolica; è un'arte di spirituale comunicazione.

Suoi caratteri sono i seguenti.

1. La chiarezza innanzi tutto; il dialogo suppone ed esige comprensibilità, è un travaso di pensiero, è un invito all'esercizio delle superiori facoltà dell'uomo; basterebbe questo suo titolo per classificarlo fra i fenomeni migliori dell'attività e della cultura umana; e basta questa sua iniziale esigenza per sollecitare la nostra premura apostolica a rivedere ogni forma del nostro linguaggio: se comprensibile, se popolare, se eletto.

2. Altro carattere è poi la mitezza, quella che Cristo ci propose d'imparare da Lui stesso: Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore; il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l'esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso.

3. La fiducia, tanto nella virtù della parola propria, quanto nell'attitudine ad accoglierla da parte dell'interlocutore: promuove la confidenza e l'amicizia; intreccia gli spiriti in una mutua adesione ad un Bene, che esclude ogni scopo egoistico.

4. La prudenza pedagogica infine, la quale fa grande conto delle condizioni psicologiche e morali di chi ascolta: se bambino, se incolto, se impreparato, se diffidente, se ostile; e si studia di conoscere la sensibilità di lui, e di modificare, ragionevolmente, se stesso e le forme della propria presentazione per non essergli ingrato e incomprensibile.

Ci aiuti il Signore Gesù a imparare questa difficile, ma necessaria, arte del dialogo.

Con affetto vostro don Remigio

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