L’estate può diventare per tutti un tempo particolare di approfondimento della propria fede e di verifica del nostro essere discepoli che si lasciano educare da Gesù.

Gesù educa invitando discepoli e folle a dare importanza all’interiorità, a non agire per essere ammirati, a non cercare i primi posti, a non pregare-digiunare- fare elemosina per cercare il consenso della gente, altrimenti hanno già ricevuto la loro ricompensa, dice in Matteo 6.

Preghiera, digiuno, carità-giustizia devono essere fatti come risposta ai doni di Dio, non per ottenere il consenso o il plauso degli altri.

Gesù educa con l’esempio e con l’insegnamento: ad es. si ritira frequentemente in posti solitari per pregare; invita a pregare incessantemente, senza stancarasi mai e insegna ai discepoli il Padre nostro. Invita i discepoli a guardarsi dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia (cf Lc 12,1-2).

Gesù educa il suo popolo con la Parola, ma soprattutto con l’esempio di una vita spesa, fino in fondo, a servizio dell’umanità. S. Paolo, nel suo famoso inno cristologico contenuto nella lettera ai Filippesi (c. 2), afferma che Gesù non volle considerare un privilegio la sua condizione divina, ma svuotò se stesso, si fece servo, obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Gesù è servo-schiavo non solamente quando lava i piedi agli apostoli durante l’ultima cena, ma lo è durante tutta la sua vita. È un servo che non solo fa quello che gli dice il suo “padrone” (Dio), ma che si fa attento a tutti i bisogni della gente che incontra. Pensiamo alla parabola del (buon) Samaritano.

La persona che è finita nelle mani dei briganti rappresenta al tempo stesso l’umanità intera e ciascuno di noi, coperto di ferite di ogni genere.

Gesù è allo stesso tempo il Samaritano, il viandante divino che scende dal cielo, dalla Gerusalemme celeste, per incontrare noi uomini sulla terra, là dove viviamo e . . . soffriamo. Scende per curare l’umanità ferita, per prendersi cura di lei e per invitare la Chiesa (l’albergatore, il “tutti-accoglie”) a fare altrettanto.

Ma è allo stesso tempo l’uomo ferito e ucciso dai briganti (i capi del popolo) e abbandonato da sacerdoti e leviti, da coloro che avevano interesse a stare dalla parte del potere. È anche l’albergatore che accoglie tutte le persone piagate nel corpo e nello spirito, e le cura versando sulle loro ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza (prefazio VIII comune).

Gesù, il Messia, l’Unto, unge le nostre ferite con olio, simbolo della sua forza salvifica, e con il vino, simbolo del suo amore. Ma Gesù è anche il samaritano che sale a Gerusalemme per completare la sua opera di servizio nei confronti dell’umanità, morendo in croce per essa.

A questo punto è essenziale porre in risalto il carattere paradossale della rivelazione cristiana. Non si può parlare di Gesù Cristo in modo ovvio.Il compimento delle attese umane da parte del Vangelo è sempre sorprendente e passa prima per il loro capovolgimento, cosa che è motivo di fede per alcuni e di scandalo per altri.

1) Tutte le religioni dicono che l’uomo deve essere pronto a dare la vita per Dio (fino a sacrificare vittime umane, persone care, per ingraziarsi le divinità), ma il Vangelo racconta innanzitutto che il Figlio di Dio ha dato la vita per l’uomo. Il movimento è capovolto.

2) Non sono i discepoli che hanno lavato i piedi al Signore: questo sarebbe ovvio. È il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli: questo è davvero sorprendente.

Il capovolgimento operato da Gesù impegna il credente a capovolgere a sua volta il modo di pensare Dio e la sua gloria.

3) Secondo la mentalità religiosa e profana, chi avesse voluto dimostrare di essere qualcuno avrebbe dovuto vivere secondo la logica del mondo e cercare-utilizzare il potere, il possesso, la gloria. Gesù ha vinto queste tentazioni e ci ha insegnato che il potere non va mai usato per fini personali (di’ che queste pietre diventino pane), che la ricchezza non può diventare l’idolo cui si sacrifica la propria dignità e libertà (tutto sarà tuo se, prostrato, mi adorerai); che la gloria non è la via che intende percorrere, gettandosi dal punto più alto del tempio per mostrare la sua divinità.

Gesù rifiuta la logica del rendimento e ce lo mostra in modo particolare con due parabole: quella dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna, dando all’ultimo quanto al primo; e nella parabola del padre misericordioso, dove ci mostra il figlio maggiore preoccupato solo di lavorare, aspettandosi dal padre denaro e riconoscimento. Il figlio maggiore voleva comprarsi l’amore del padre, un amore che invece è gratuito e assoluto per ogni persona, al di là dei meriti o demeriti (quanti rimproveri ai farisei che pensavano di essere migliori degli altri per le loro prestazioni cultuali, religiose. . . ).

Gesù, pur essendo un Maestro e un Educatore per i discepoli, li tratta da amici e confida loro molte cose nel corso dei tre anni vissuti insieme e durante l’ultima cena. Non vi chiamo più servi ma amici. E gli amici devono imparare a dare la vita gli uni per gli altri.

S. Agostino, pensando alla scena del discepolo Giovanni che poggia il capo sul petto di Gesù arriva a dire: Sine amico, nihil amicum: senza un amico nulla appare piacevole.

Buona estate! E buona “conversione” per me e per ciascuno!

vostro don Remigio


"niente paura"


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