1) Sono centinaia le persone che in questi mesi mi hanno confidato di essere "affascinate" dalla persona di Papa Francesco, dal suo stile di comunicare con tutti.
Io continuo a ripetere che non basta ammirare; occorre imitare, occorre accogliere le esortazioni che ci rivolge, i suggerimenti che offre, le meditazioni che propone alla nostra attenzione per una crescita umana e spirituale, personale e comunitaria che rendano viva la Chiesa e capace di essere "segno" per il mondo.


Mi sembra, perciò, quanto mai opportuno riportare qualche sua espressione che ci faccia pensare e vivere in maniera sempre più evangelica.
Ad esempio nell'omelia del 2 settembre (a S. Marta dove risiede, dove celebra, dove incontra le persone) diceva: "Quelli che in una comunità fanno chiacchiere sui fratelli, sui membri della comunità", devono sapere che "vogliono uccidere" il fratello allo stesso modo di come gli abitanti di Nazaret volevano uccidere Gesù. Riecheggiano allora le parole dell'apostolo Giovanni che nel capitolo III della prima Lettera, afferma: 'Quello che odia nel suo cuore suo fratello, è un omicida'.
"Noi siamo abituati alle chiacchiere, ai pettegolezzi" ha rimarcato Papa Francesco, aggiungendo: "Ma quante volte le nostre comunità, anche la nostra famiglia, sono un inferno dove si gestisce questa criminalità di uccidere il fratello e la sorella con la lingua!". Una intera comunità, una famiglia, può essere "distrutta" a causa di questa invidia "che semina il diavolo nel cuore e fa che uno parli male dell'altro" ha ammonito il Papa. "La lingua, le chiacchiere, lo spettegolare" possono infatti annientare l'altro alla pari di un'arma. Quindi, "in questi giorni in cui stiamo parlando tanto della pace" e "vediamo le vittime delle armi", ha sottolineato, dobbiamo preoccuparci anche di queste "armi quotidiane".
"Ogni comunità deve vivere con il Signore ed essere come il Cielo" ha poi affermato. E affinché questo accada, affinché "sia pace in una comunità, in una famiglia, in un Paese, nel mondo" – ha concluso Francesco – dobbiamo "essere con il Signore". Perché "dov'è il Signore non c'è l'invidia, non c'è la criminalità, non c'è l'odio, non ci sono le gelosie. C'è fratellanza".
L'esortazione finale del Pontefice è quindi di chiedere al Signore di "mai uccidere il prossimo con la nostra lingua, ed essere con il Signore come tutti noi saremo in Cielo".
2) Il mese di ottobre è dedicato alle Missioni. Siamo impegnati a pregare, a riflettere, a condividere i nostri beni con i poveri del mondo. Alcune Associazioni hanno pensato di dare particolare rilievo a questo mese. Accogliamo con riconoscenza le loro proposte.
Domenica 20 ottobre celebreremo la Giornata missionaria mondiale, che ogni anno è preceduta da un messaggio del Papa. Ne riporto i primi due numeri per prendere coscienza, ancora una volta, che la "missione" fa parte del DNA del cristiano. Nessuno può sentirsi e chiamarsi tale se non vive quotidianamente il nobile impegno di annunciare il Vangelo con la parola e la vita.
Dice Papa Francesco: "Cari fratelli e sorelle, quest'anno celebriamo la Giornata Missionaria Mondiale mentre si sta concludendo l'Anno della fede, occasione importante per rafforzare la nostra amicizia con il Signore e il nostro cammino come Chiesa che annuncia con coraggio il Vangelo. In questa prospettiva, vorrei proporre alcune riflessioni.
1. La fede è dono prezioso di Dio, il quale apre la nostra mente perché lo possiamo conoscere ed amare. Egli vuole entrare in relazione con noi per farci partecipi della sua stessa vita e rendere la nostra vita più piena di significato, più buona, più bella. Dio ci ama! La fede, però, chiede di essere accolta, chiede cioè la nostra personale risposta, il coraggio di affidarci a Dio, di vivere il suo amore, grati per la sua infinita misericordia. È un dono, poi, che non è riservato a pochi, ma che viene offerto con generosità. Tutti dovrebbero poter sperimentare la gioia di sentirsi amati da Dio, la gioia della salvezza! Ed è un dono che non si può tenere solo per se stessi, ma che va condiviso. Se noi vogliamo tenerlo soltanto per noi stessi, diventeremo cristiani isolati, sterili e ammalati. L'annuncio del Vangelo fa parte dell'essere discepoli di Cristo ed è un impegno costante che anima tutta la vita della Chiesa. «Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale» (Benedetto XVI, Esort.
ap. Verbum Domini, 95). Ogni comunità è "adulta" quando professa la fede, la celebra con gioia nella liturgia, vive la carità e annuncia senza sosta la Parola di Dio, uscendo dal proprio recinto per portarla anche nelle "periferie", soprattutto a chi non ha ancora avuto l'opportunità di conoscere Cristo. La solidità della nostra fede, a livello personale e comunitario, si misura anche dalla capacità di comunicarla ad altri, di diffonderla, di viverla nella carità, di testimoniarla a quanti ci incontrano e condividono con noi il cammino della vita.
2. L'Anno della fede, a cinquant'anni dall'inizio del Concilio Vaticano II, è di stimolo perché l'intera Chiesa abbia una rinnovata consapevolezza della sua presenza nel mondo contemporaneo, della sua missione tra i popoli e le nazioni. La missionarietà non è solo una questione di territori geografici, ma di popoli, di culture e di singole persone, proprio perché i "confini" della fede non attraversano solo luoghi e tradizioni umane, ma il cuore di ciascun uomo e di ciascuna donna, Il Concilio Vaticano II ha sottolineato in modo speciale come il compito missionario, il compito di allargare i confini della fede, sia proprio di ogni battezzato e di tutte le comunità cristiane: «Poiché il popolo di Dio vive nelle comunità, specialmente in quelle diocesane e parrocchiali, ed in esse in qualche modo appare in forma visibile, tocca anche a queste comunità rendere testimonianza a Cristo di fronte alle nazioni» (Decr.
Ad gentes, 37). Ciascuna comunità è quindi interpellata e invitata a fare proprio il mandato affidato da Gesù agli Apostoli di essere suoi «testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8), non come un aspetto secondario della vita cristiana, ma come un aspetto essenziale: tutti siamo inviati sulle strade del mondo per camminare con i fratelli, professando e testimoniando la nostra fede in Cristo e facendoci annunciatori del suo Vangelo. Invito i Vescovi, i Presbiteri, i Consigli presbiterali e pastorali, ogni persona e gruppo responsabile nella Chiesa a dare rilievo alla dimensione missionaria nei programmi pastorali e formativi, sentendo che il proprio impegno apostolico non è completo se non contiene il proposito di "rendere testimonianza a Cristo di fronte alle nazioni", di fronte a tutti i popoli. La missionarietà non è solamente una dimensione programmatica nella vita cristiana, ma anche una dimensione paradigmatica che riguarda tutti gli aspetti della vita cristiana".
Allarghiamo occhi e cuore agli orizzonti del mondo. Sapremo vedere meglio anche chi vive con noi, chi incontriamo ogni giorno, chi "attraversa" le strade della nostra vita.

 

 

Con affetto Don Remigio

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy.