Da 63 anni, nel mese di novembre (quest'anno domenica 10) siamo invitati dai Vescovi Italiani a ringraziare Dio per i frutti della terra.
Un primo modo per ringraziare il Signore consiste nell'evitare gli sprechi. Non so cosa avviene nelle singole famiglie: se ci sia sapienza nel comprare e consumare cibi e bevande.
Ogni famiglia vedrà di essere attenta anche a questo aspetto, senza pensare, eventualmente: "tanto, a noi i soldi non mancano, e facciamo quello che vogliamo".
Ci sono sprechi in tante mense scolastiche e in tanti supermercati. Il cibo avanzato o in scadenza non può essere dato ai poveri in osservanza a leggi che non conosco (sono leggi di mercato, secondo le quali è meglio distruggere che dare ai poveri?). Ogni anno nel mondo vengono eliminate migliaia e migliaia di tonnellate di frutti della terra!!!.
Sono andato da alcuni direttori di supermercati per chiedere di consegnare alla Caritas quanto rimane invenduto per scadenza a breve termine o per rottura di confezioni, bancali, ecc.
Risposta? Zero.
Ma penso anche ai frutti più semplici dei nostri orti: quante volte si vedono piante piene di frutti che non vengono raccolti per mancanza di tempo, o perché per una famiglia sono troppi o perché ... Perché non chiamare qualcuno e portarli dove certamente andranno distribuiti e consumati? Nella nostra parrocchia sono pochi gli agricoltori e ancora meno i giovani impegnati in questo settore produttivo. Vogliamo comunque sentire rivolto a ciascuno di noi il messaggio che i Vescovi hanno mandato ai giovani agricoltori: "Carissimi giovani, ci rivolgiamo direttamente a voi quest'anno, in occasione della Giornata nazionale del Ringraziamento per i frutti della terra, come Vescovi incaricati della pastorale sociale e del lavoro.
Lo facciamo avendo davanti a noi in primo luogo l'icona di Martino, giovane ufficiale romano, che, di fronte alle necessità di un povero infreddolito, taglia il suo mantello in due e lo condivide, donando un raggio di sole e di calore che resterà sempre impresso nella memoria di tutti noi. San Martino ci insegna a vivere la vita come un dono, facendo sgorgare la speranza laddove la speranza sembra non esserci.
Ci colleghiamo così alle costanti esortazioni di Papa Francesco: "Prima di tutto, vorrei dire una cosa, a tutti voi giovani: non lasciatevi rubare la speranza! Per favore, non lasciatevela rubare! E chi ti ruba la speranza? Lo spirito del mondo, le ricchezze, lo spirito della vanità, la superbia, lo spirito del benessere, che alla fine ti porta a diventare un niente nella vita" (Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e in Albania, 7 giugno 2013). Questo appello è stato rilanciato ai giovani di tutto il mondo, in occasione della veglia di preghiera a Copacabana: "Cari amici, non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore!" (Veglia di preghiera con i giovani, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).
Atleta era Martino, atleti siete voi, carissimi giovani, che avete scelto di restare nella vostra terra per lavorare i campi, con dignità e qualità, per fare della vostra campagna un vero giardino. Vi siamo grati e sentiamo che questa vostra vocazione rinnova l'intera società, perché il ritorno alla terra cambia radicalmente un paese e produce benessere per tutti, ravviva la luce negli occhi degli anziani, che non vedono morire i loro sforzi, interpella i responsabili delle istituzioni. Abbiate consapevolezza di essere persone che vanno controcorrente, come vi ha esortato il Papa: "Voi giovani, siate i primi: andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!" (Angelus, 23 giugno 2013).
Un secondo modo è quello di condividere.
La preghiera non è mai solamente un incontro intimo con il Signore. Dio Padre ci domanda sempre del nostro prossimo, come ha fatto con Caino: Dov'è Abele, tuo fratello? (Gn 4,9). Così, quando prego, cerco di meditare, di parlare con Dio come figlio, ma non posso non pensare anche alla realtà dolce e impegnativa di essere fratello tra fratelli. Nei giorni scorsi ho incontrato alcuni brani che mi hanno fatto ulteriormente riflettere su un aspetto della vita comunitaria: la condivisione.
A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell'instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne. Facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera. (1 Tm 6,17-19) Sono le ultime raccomandazioni che Paolo rivolge a Timoteo, vescovo della chiesa di Efeso.
E il profeta Malachia (3,7-12) scriveva verso il 450 a.C.: Tornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore degli eserciti.
Ma voi dite: «Come dobbiamo tornare?». Può un uomo frodare Dio? Eppure voi mi frodate e andate dicendo: «Come ti abbiamo frodato?».
Nelle decime e nelle primizie. Siete già stati colpiti dalla maledizione e andate ancora frodandomi, voi, la nazione tutta! Portate le decime intere nel tesoro del tempio, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi pure alla prova in questo - dice il Signore degli eserciti -, se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi benedizioni sovrabbondanti. Terrò indietro gli insetti divoratori, perché non vi distruggano i frutti della terra e la vite non sia sterile nel campo, dice il Signore degli eserciti.
Felici vi diranno tutte le genti, perché sarete una terra di delizie, dice il Signore degli eserciti.
Le parole di Paolo e di Malachia radunati con il Papa in Concilio, siano accolte da ciascuno di noi con cuore aperto, per diventare capaci di generosità-solidarietà-condivisione con le persone e le famiglie in difficoltà, in modo particolare durante questo lungo, interminabile periodo di crisi economica (e non solo).

Con affetto vostro don Remigio

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