Ho appena terminato un campo scuola con 46 bambini di 1-2-3 elementare.
Sulla scia del film “Alla ricerca di Dory”, gli animatori hanno sviluppato i temi dell’amicizia e del perdono (che io riprendevo alla sera durante la preghiera conclusiva della giornata).
I bambini, con la loro spontaneità e semplicità, hanno capito bene che non ci può essere amicizia senza perdono. E, pensando alle prime due parole della preghiera che Gesù ci ha insegnato (Padre nostro), hanno capito perfettamente che siamo figli e fratelli. E che non siamo buoni figli se non ci impegniamo a vivere la fraternità.

Propongo alcune riflessioni su due domande del Padre nostro: 1. dacci oggi il nostro pane quotidiano; 2. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Quanta fatica a condividere il “pane” (che comprende tutto quanto è necessario per vivere).
Oggi e nostro sono due parole che dovrebbero farci riflettere seriamente sulla iniqua distribuzione delle ricchezze. Cinquantadue anni fa si concludeva il Concilio.
Nel documento sui rapporti Chiesa-mondo, i Padri conciliari scrivevano che nessuno può considerare come esclusivamente suoi i beni che legittimamente possiede, ma che deve tener conto della destinazione universale dei beni, in modo che ognuno e ogni famiglia in tutto il mondo abbiano la possibilità di vivere con dignità. E invece sappiamo che ogni giorno muoiono centinaia di persone per fame, sete, malattie, guerre … E che in mezzo a noi tante famiglie soffrono la crisi economica che da dieci anni ormai sta affliggendo in particolare il nostro paese. Dobbiamo pregare di più perché chi ha la possibilità aiuti, o direttamente o tramite la parrocchia, chi si trova in difficoltà.
Passando alla seconda domanda, mi rifaccio ad alcune espressioni di sant’Agostino per riflettere sul perdono che ogni giorno, e specialmente alla domenica (in forma comunitaria) chiediamo a Dio, ma che facciamo fatica ad offrire al nostro prossimo. Siamo più pronti a parlar male degli altri che a correggere noi stessi.
Il re Davide, pentito dei suoi peccati, si è rivolto a Dio dicendo: «Riconosco la mia colpa» (Sal 50,5). “Se io riconosco, tu dunque perdona. – scriveva s. Agostino - Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Gli uomini, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere in se stessi, ma che cosa biasimare negli altri. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri. Non è questa la maniera di pregare e di implorare perdono da Dio, insegnataci dal salmista, quando ha esclamato: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50,5). Egli non stava a badare ai peccati altrui. Non dimostrava tenerezza con se stesso, ma scavava e penetrava sempre più profondamente in se stesso. Pregava sì che gli si perdonasse, ma senza presunzione”.
Uno dei mali più grandi nelle nostre comunità, nei gruppi …(e papa Francesco ne parla spesso) sono le chiacchiere, ossia il parlar male degli altri, la mormorazione che spesso diventa calunnia perché divulga cose non vere. Il Papa le paragona a “bombe” scagliate contro gli altri.
Ci sono persone che sono dei veri “artisti” in questo settore. Giudicano il prossimo in modo spietato, partendo dal loro punto di vista che ritengono unico e infallibile.
La bestemmia è un peccato grave e dobbiamo cercare di eliminarla dalla bocca di tutti.
Ma le chiacchiere non sono meno gravi perché vanno contro il precetto dell’amore verso il prossimo. C’è un detto popolare che è sempre più vero: “Ne uccide più la parola che la spada”.
Che il Signore ci aiuti sempre più a vivere la fraternità e il perdono.
Con affetto, vostro (ancora per poco) don Remigio


"niente paura"


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