La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loto tutto era comune (At 4,32).
L’adesione a Cristo Crocifisso e Risorto deve farci passare dall’io al noi, dal mio, al nostro. È una conversione radicale che, sola, ci consentira di avere un cuore e un’anima sola, di vivere la comunione spirituale e materiale.
Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini (At 5,29). È la risposta di Pietro al Sinedrio che gli aveva proibito di insegnare nel nome di Gesù. Agli uomini obbediamo quando ci insegnano cose giuste, che tengono conto del bene comune e della libertà religiosa. Il primato va comunque e sempre a Dio. E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo (At 5,42).
Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna (Gv 6,27). A volte cerchiamo il Signore per stare bene fisicamente (e non è proibito!). Ma dovremmo cercarlo molto di più per stare bene spiritualmente e, nutrendoci dell’unico pane di vita eterna, vivere con maggiore serenità e concretezza la fraternità.
Stefano piegò le ginocchia e gridò a gran voce: « Signore, non imputare loro questo peccato ». Detto questo, morì (At 7,60). Stefano, primo martire, è modello di come vivere e come morire. Vive da diacono, da servitore, occupato nella distibuzione del cibo ai poveri e nell’annuncio del vangelo. Muore proprio a causa di questo. Muore serenamente, perdonando i suoi lapidatori. Il suo esempio aiuti tante persone a mettere da parte sentimenti e atteggiamenti di odio, di vendetta; azioni legali avviate solo per fare del male o senza una giusta causa. Gesù e Stefano, che perdonano morendo, ci aiutino a seminare intorno a noi pace e e gioia.
A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine (At 9,36). Questa donna mette insieme le opere buone e le elemosine. A volte qualche cristiano si sente giustificato perché fa l’elemosina (magari piccola, piccola). Altre volte perché opera nella comunità, si offre per qualche servizio. Tabità ci insegna che l’ideale sarebbe di offrire tutto il tempo disponibile (tenendo conto delle esigenze personalie familiari) e anche parte dei beni materiali (spese superflue continuano anche in questo tempo di crisi. Si vedono molti preadolescenti e adolescenti “armati” di tutti gli strumenti di divertimento, anche costosi, senza che le rispettive famiglie siano capaci di opere buone e di “elemosine”.
Con affetto, buon tempo pasquale vostro

don Remigio



"Per un pugno di dollari"


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