In questi giorni d’estate così pieni di ”tutto” e di “nulla” mi sono dato a una lettura “impegnata” imbattendomi in una riflessione fatta (non dico di chi) da uno dei più noti filosofi moderni, circa la “vita” con la “V” maiuscola, rispetto a come oramai è “d’uso” viverla.

Ho sentito il bisogno di condividere con altre persone questa bella riflessione, approfitto del nostro mensile parrocchiale per raccontarvela.

Dopo una disanima molto critica della situazione attuale dice: « Lascio da parte il piano morale, come pure non entro nel piano religioso, mi fermo solamente sul piano esistenziale.

Il dogma assoluto della nostra società è semplice e categorico: la vita va vissuta.

Ogni lasciata è persa, ogni desiderio negato è una perdita di libertà; niente e nessuno ti ridarà o ti compenserà quel che perdi e rinunci a fare.

Cogli l’occasione, prova, divertiti.

Vivi pienamente più vite; se non c’è l’eternità datti alla varietà, e alla variabilità.

È questo il canone universale.

Ma possibile che non ci sia nient’altro, nessuna alternativa; che razza di libertà è questa se c’è una sola risposta in automatico e il resto è considerato solo regressione – repressione – restrizione? Allora provo a tracciare una linea e a dire che accanto al dogma “la vita va vissuta” ci può essere anche un’altra scelta: la vita va dedicata.

Ecco, dedicare la vita a qualcosa, a qualcuno, a qualcosa e a qualcuno insieme, a Qualcuno.

Come si dice per le canzoni, questa la voglio dedicare a . . .

così, una vita dedicata a persone, a imprese, a creazioni, arti e mestieri, a paesi e mondi, dedicata a valori e ricordi, al sole e al mare agli dei o addirittura a Dio.

Non una vita dedicata a se stessa, ma a qualcosa che la riempia.

Perché non bastano una o più vite vissute ci manca una vita dedicata.

Una vita senza dedica, senza dedizione, è una vita fessa, oscura, che alla fine nemmeno è vissuta, ma è quasi subita, decisa dalle occasioni e dagli impulsi.

Per dedicarla devi essere convinto di una cosa: ciò che facciamo lascia comunque un segno, non scivola e sparisce tutto, ma di tutto resta invece una traccia, niente va perduto.

Accanto agli esiti visibili ci sono pure quelli invisibili.

È fesso vivere senza progettare la vita, senza tendere a un amore, a un disegno intelligente.

Certo, una vita dedicata può essere anche una vita vissuta.

Ma in quel continuo vivere e cessare dov’è l’unità della persona, in quel farsi vivere dai desideri, dov’è finito il cuore della vita, e l’anima, cosa resta alla fine di noi? Non dico quando si muore, perché qualcuno potrebbe dire chi se ne frega dopo morti; dico di noi adesso a fine serata, quando pensiamo la vita anziché viverla soltanto.

Che uomo o che donna sei? Meglio dedicare la vita ».

S. B.

 



"niente paura"


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