padre Mario Faldani

padre Mario Faldani, sacerdote Cittadellese

Io ce la metto tutta e mi affido alla Madonna perché lei faccia quello che vuole”.
Nel giorno dell’Immacolata è stata questa la frase che p. Mario ha rivolto al suo guardiano, p. Luigi, all’ospedale di Montebelluna. E Maria Ss.ma è venuta a prenderselo proprio nella notte dell’8 dicembre 2016. Viste le condizioni di salute degli ultimi mesi noi tutti eravamo preparati a questo distacco ma speravamo di averlo ancora con noi per percorrere un altro tratto di strada in compagnia. Insieme a lui, alla sua presenza rassicurante, alla sua voglia di vivere che era tanta e tenace.

P. Mario era nato a Cittadella l’8 febbraio 1944 da Raimondo e Teresa. Lo zio p.
Francesco, grande ed entusiasta missionario in Corea e in Cina ha trasmesso a lui , al fratello p. Paolo, di un anno più giovane e al cugino, p. Giancarlo la gioia della vocazione francescana. Il piccolo Mario entra a dieci anni nel seminario minore a Camposampiero il 24 settembre 1954, emette la prima professione dei voti il 20 settembre 1961 al Santo e sempre presso la Basilica di S. Antonio quella solenne il 4 ottobre 1965; tra gli anni 1965 –’70 è a Roma per gli studi teologici. È ordinato sacerdote il 18 luglio 1970 a Verona.
È un giovane intelligente, riservato e cordiale nelle sue relazioni con i compagni, sa quello che vuole anche quando deve trattare con i superiori, il suo cuore, alla luce dell’esperienza di studi di sociologia e di esperienza pastorali fatti a Roma, batte per il sociale, per la Chiesa che si sta delineando dal Concilio.
Dopo le parentesi di Camposampiero e a Friburgo (Svizzera), la sua vita di frate è stata vissuta per trent’anni a Porto Marghera (Ve), ancora nell’area veneziana, a Mestre ed infine come guardiano al Convento Immacolata di Lourdes a S. Pietro di Barbozza (Tv), sino a quando, a motivo del male crescente, rassegna le dimissioni e sui mette a disposizione per aiutare il nuovo guardiano.
Pagina bella per lui sono stati i trent’anni di Marghera: lo hanno visto operaio, cuoco all’Italsider e alla centrale Enel di Fusina, cappellano del lavoro, lo hanno visto fratello tra i fratelli, gli operai delle fabbriche, i marittimi del porto, con la porta sempre aperta del convento.
Mario era un po’ la mente del gruppo, colui che traduceva gli ideali francescani, i principi del Concilio nell’esperienza che insieme sperimentavano e sulla quale riflettevano confrontandosi. Guardando le itineranze ricevute, possiamo dire che la vita di p. Mario è stata una vita lietamente spesa in periferia: con gli operai, con i frati ammalati, accanto alla vita “fragile” dei fratelli.
Ricordiamo p. Mario con la barba ad incorniciare la timidezza di un volto buono, gli occhiali con la montatura vecchia e superata,le stringhe delle scarpe slacciate, il vestire essenziale, quasi trasandato, “minimalista”. Non però per ricercatezza, ma per vivere su di sé una povertà materiale segno di una più importante: che conta è il Signore, la sua Parola, la vita degli altri, di quelli concreti che ora hai vicino -specie di chi sta male-; il vivere da frate francescano la vita degli altri. Povertà come accoglienza di Dio, come un volergli copiare lo stile nello stare accanto all’altro, incarnandosi come Lui un giorno fece. Scrive p. Mario in un’intervista rilasciata nel 2009 a Esodo: preti operai nel veneziano- viene dalla vicinanza con l’ambiente operaio, dal nostro desiderio di vivere le idee del dopo Concilio, quali la povertà, la tensione verso la Chiesa povera, il francescanesimo delle origini scegliendo di lavorare e mantenerci con le nostre mani”. (…) ”All’inizio far parte della classe operaia era un’esperienza entusiasmante, perché si attendeva da questa classe il cambiamento della società; poi andando avanti ci si accorgeva che diventava evanescente riporre le speranze su queste cose e pensare il Vangelo ancorato a questa redenzione umana. Ho ricominciato ad appropriarmi sempre più della scelta dei poveri. Del Vangelo annunciato agli emarginati, del Cristo Dio che non è onnipotente ma si fa povero. Sto recuperando una visione in cui la povertà, la minorità, fa capo all’esperienza della croce, della salvezza che è altra, passa anche attraverso le nostre piccole esperienze di guarigioni ma solo come segni di una salvezza più grande”.
In ogni luogo egli è stato mediatore, cucitore di relazioni con un senso profondo di rispetto per l’altra persona, della libertà e delle idee altrui. L’ha aiutato certamente il suo carattere riflessivo, mai affrettato, per poter incontrare l’altro così com’era e dov’era; il suo dire, da mite, quello che aveva pensato. Mai l’abbiamo visto, anche nelle contrarietà, arrabbiato o covare sentimenti di rancore. “Cercate la comunione della fraternità” era una sua espressione che come guardiano rivolgeva ai suoi frati, che egli voleva anzitutto vedere come un dono da accogliere.
Sempre nella citata intervista, p. Mario racconta dell’”esperienza traumatica” vissuta sulla propria pelle “del disoccupato, di andare ogni mese a timbrare il libretto, di cambiare lavoro, di precarietà”.
E poi la “fatica quotidiana, essere obbligato a determinati ritmi, avere la vita legata ai periodi di ferie”.
Era lieto, di appartenere -da frate minore- alla classe più bassa della società, alla classe operaia.
Conclude dicendo: “Ringrazio il Signore che, guardando questi 35 anni, nel bene e nel male, con tutti i cambiamenti avvenuti, mi ha aiutato a cercare di vivere abbastanza bene il mio essere francescano e prete. Proprio perché ritengo valida questa esperienza”.
Questa del grazie è stato una delle parole più utilizzate da p. Mario nell’ultimo tratto di strada segnato dalla malattia.
Così siamo noi ora, caro p. Mario, a dirti il nostro grazie per la tua vita di frate sacerdote: povera, buona, fraterna.
Povera per amore del Signore Gesù che volle essere povero - povero Bambino di Betlemme, povero Crocifisso sul Calvario-; per amore di una Chiesa povera, per amore di una vita francescana essenziale.
Caro p. Mario, siamo certi che la Madonna, l’Immacolata, patrona del tuo Convento, ti ha presentato all’Altissimoonnipotente- bon Signore come un frate misericordioso; aiutaci ancora, perché il nostro, come il tuo, sia un cammino bello e sorridente nella via tracciata dalle Beatitudini del Signore Gesù. Restaci accanto.
(Ringraziamo Padre Giovanni Voltan Ministro Provinciale per la sua collaborazione e disponibilità: questo brano è tratto dalla sua Omelia alle Esequie di Padre Mario Faldani)

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