Il 5 novembre, entrando a Cittadella ho trovato un’accoglienza che mi ha commosso.
Solenne e festosa e nello stesso tempo dolce e familiare, curata nei dettagli. Tanta luce, tanti colori, tanta musica. Pur nella sua imponenza, quel giorno il Duomo mi è sembrato quasi più raccolto. Entrare nel Duomo vestito a festa, gremito di gente, accompagnato da tanti chierichetti e dal canto dei cori è stata una esperienza che non dimenticherò.
Quando 12 anni fa salutavo i cittadellesi nella palestra del patronato non avrei mai immaginato che la stessa mi riaccogliesse a distanza di anni, completamente rinnovata.
Con tanti volti stranamente già noti e storie che nell’ incrocio di sguardi si intersecano.
E pochi secondi sono sufficienti a dilatare il tempo e lo spazio.
Una bambina di quattro anni ha detto ai suoi genitori: la festa più grande cui io ho partecipato.
Penso ai Vangeli del tempo di Natale: Gesù è entrato nel mondo e ad accoglierlo erano in pochi: solo alcuni pastori, gente semplice, senza cultura, senza interessi. Fosse nato in una reggia sarebbero corsi in tanti ad omaggiarlo con regali importanti e parole di circostanza.
Invece è nato lontano dal centro, dal potere, dalla gloria. Così nel mio cuore convivono in questi giorni due sentimenti in parte contrastanti, che non voglio comporre; mi piace viverli nella loro diversità.
Da un lato la gratitudine: desidero ringraziare di cuore la comunità di Cittadella, anche quella civile, che accogliendo il nuovo parroco, ha rinnovato il proposito di continuare a camminare insieme nella fede, in comunione con il vescovo Claudio e la diocesi.
Gratitudine riconoscente specialmente nei confronti di tantissimi che in vari modi hanno curato il momento dell’accoglienza, facendola diventare non la festa per il nuovo arciprete, ma la festa di una comunità viva e feconda.
Dall’altro la trepidazione. Vorrei invitare di cuore ciascuno di voi ad accogliere Gesù.
Lo troveremo certamente nel nostro meraviglioso Duomo preparato a festa; ma solo se avremo il coraggio di cercarlo lontano dalle luci del mondo, nelle periferie esistenziali del nostro tempo. Le periferie della solitudine, dell’abbandono, della povertà economica, culturale, relazionale, affettiva. Nel freddo di rapporti indifferenti. Nel buio di vite abbandonate dagli uomini.
È lì che da sempre Dio nasce. Ed è lì che spesso viene dimenticato.
Con trepidazione nutro la speranza che sapremo accoglierlo con gratitudine.


Don Luca Moretti

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