Padre Dino Rebellato, incurabile Missionario Comboniano

Il 31 maggio 1958 nel Duomo di Milano l’Arcivescovo Montini, che sarebbe diventato poi Paolo VI, consacrò sacerdote con altri giovani anche Dino Rebellato, Missionario Comboniano. Appena pochi giorni più tardi Padre Dino, dopo la sua “Prima Messa” a Cittadella, lasciò definitivamente l’Italia per incominciare quel suo viaggio in Africa che non vuole ancora considerare completato.

Di quei giorni dell’estate del ‘58, rimangono ormai non molti testimoni: amici e parenti hanno scelto percorsi più rapidi per raggiungere la pienezza di vita, qualcuno ancora c’è ma i giorni ormai pesano sempre di più. Padre Dino è tornato in Italia in vacanza dopo 58 anni praticamente ininterrotti di Missione in Africa, dal Sudan, al Darfur, al Kenya, tra i Denka e i Pokot. Questa volta ha aspettato quattro anni, invece della solita scadenza dei tre anni, per poter essere qui a celebrare il suo 60° di sacerdozio, e a 85 anni suonati possiamo ben capire cosa possa voler dire aspettare un anno in più. Ma la salute c’è, l’impegno pure, la voglia di essere qui per incontrare tutti e poter testimoniare la sua Missione intrapresa da allora, anche. Sì, perché lo spirito missionario è rimasto quello di quel giovane di sessant’anni fa: testimoniare, evangelizzare, essere in mezzo agli ultimi, a chi ha bisogno. Ci sarebbe da fermarsi a pensare un attimo a quella sua famiglia contadina che a suo tempo poté dare allo spirito missionario di San Daniele Comboni non uno ma addirittura tre figli: suor Flora, fratel Emilio e padre Dino. Sono testimonianze che dovremmo celebrare con umiltà e orgoglio perché ormai sono fuori dal nostro tempo e a fatica, molta fatica, facciamo ora solo qualche timido tentativo per rimpiazzarle. Ma allora erano scelte definitive, irrinunciabili e da portare avanti sino in fondo con coraggio e, perché negarlo, con l’aiuto di Dio. A fine luglio padre Dino ha ripreso il volo Venezia-Nairobi perché la sua gente, i Pokot nel nord del Kenya, lo stavamo aspettando e lui non poteva in nessun modo mancare a quell’appuntamento. “Finché il Signore mi lascia io so perfettamente quale è il mio posto; poi Lui deciderà”. Parole semplici, parole vere, parole che noi non sapremmo pronunciare perché troppe cose in questi anni del nuovo secolo ci siamo persi sui valori del servizio, della condivisione, dell’aiuto senza riserve. Le modeste chiese nel Nord Pokot, fatte spesso di qualche lamiera posata su muri di fango e paglia, sono gremite di gente, di giovani che studiano presso le scuole messe in piedi dai Comboniani in tanti anni di sevizio e apostolato, giovani che guardano al futuro con spirito nuovo, con speranze nuove e che in questo contesto possono anche ascoltare la “Buona Novella”. È una generazione che cresce in questo nuovo secolo e che vuole percorrere un cammino sociale e umano diverso da quello dei propri avi senza rinnegare il passato, e che nel contempo può accogliere anche i messaggi più veri presentati dal Vangelo dei Missionari. Noi qui, forse in questi ultimi anni, abbiamo annacquato qualche sentimento e val la pena di segnalare quindi un post trovato in Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani; dovremmo riflettere sulla frase di uno psicologo canadese: “Andare in chiesa non fa di te un cristiano, come andare in garage non fa di te un’auto” (J.Peter 1919-90).
Certamente non tutti i Pokot che entrano nelle chiese della comunità di Kacheliba ne usciranno cristiani, ma forse dovremmo chiederci anche noi qui, con tutte le nostre splendide e grandi chiese piene, in quanti sappiamo essere veramente cristiani e capaci di vivere i valori del Vangelo.
Forse sarebbe più facile per noi diventare delle... auto; saremmo, a volte, più credibili.
Buon ritorno Padre Dino, speriamo di ricordarci di te, visto che certamente tu sei di quelli che sa dare concretezza alla parabola del Buon Samaritano che soccorre, cura e accoglie lo straniero bisognoso.
Noi, per il momento sappiamo respingerli,… ma possiamo sempre tentare di cambiare.

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