Ho provato spesso l’obbligo nella vita a dare un senso alle cose e al mio stesso esistere, ad ogni esperienza.

Molti degli esseri che mi erano attorno mi hanno aiutato ad affrontare l’aspra necessità della lotta alla ricerca del significato e del guardare avanti.

Per tutta la vita, questo sì l’ho capito bene, mi impegnerò a costruire – sul dolore, sul vuoto, sulla minacci incombenti – gioia!

Quello che posso fare è prepararmi. Come? Forse osservando gli esseri feriti che condividono la mia sorte in questo mondo.

Avete mai visto un incontro di scherma? Lo schermidore che si lancia verso l’avversario quasi danzando sembra incarnare la pura grazia, la pura gratuità. Eppure, quante ore consacrate all’allenamento, all’esercizio, e che fanno di lui un atleta così abile! La sua leggerezza, la sua libertà nascono da un lavoro assiduo.

Penso che sul terreno della vita quotidiana sono richiesti lo stesso lavoro e la stessa preparazione.

Abbassare le braccia equivarrebbe rassegnarsi arrendersi.

Da cosa nascono queste mie riflessioni, dalla percezione di tanta sofferenza, di tanta solitudine, di tanta paura dell’altro, dell’Altro, (di Dio), nella vita di tutti i giorni.

L’uomo rimane un essere incompiuto per il quale tutto resta da conquistare.

Anche io spesso ho paura, ma una volta assunta la paura, questa esigenza affascina.

Di fronte alla grande incognita del futuro si tratta di scolpire l’esistenza (come uno sportivo scolpisce il proprio corpo) per assumere la propria condizione totalmente.

Le esperienze più disgraziate, come tutti gli attimi di esultanza, si trasformano in una opportunità per diventare migliori.

Anche lo schermidore per praticare la sua arte deve affrontare tanti ostacoli.

Da una parte mi piace questa volontà lucida sulla precarietà della nostra condizione.

Per ogni persona il quotidiano appare come un terreno di esercizio permanente.

Dietro ogni atto si trova la ricerca volontaria della felicità. È presente dietro lo schiaffo come dietro la carezza, anima ogni persona e costituisce lo scopo di tutte le sue azioni.

Chi mortifica crede, forse onestamente, di migliorare la propria sorte.

Chi rifiuta la vita, forse, fa un tentativo per cercare una minore sofferenza.

Il mio vuole essere un invito alla riflessione e al rispetto di chi anche se imbocca un’altra strada, a volte non condivisibile, condivide con me la stessa aspirazione, quella alla felicità.

Spesso questa lotta gioiosa, ladra di tempo e di energia, sembra troppo ardua e troppo esigente.

Di fronte a queste fatiche così grandi, dove trovare forza e risorse? Smettere di sperare significa confessarsi sconfitti senza neanche raccogliere la sfida.

La formazione della personalità esige riconoscersi vulnerabile, perfettibile, prendere coscienza del proprio evolvere su un terreno incerto, cercare di sapere perché si combatte . . . gioiosamente.

Ecco io questo l’ho trovato in Gesù Cristo e nel suo messaggio e mi dispiace che tanti giovani si fermino alla povera immagine che offre, spesso purtroppo questa debole Chiesa.

A voce alta, per condividere con tanti la lotta della vita, che vale anche per un prete.

don Gilberto

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