Stavo pensando alla festa dei santi. E se i santi come ci dice il vangelo delle Beatitudini, sono persone felici e fortunate, mi sono chiesto come possiamo esserlo anche noi, povere creature. Sia la filosofia che la teologia ci insegnano che la gioia è un valore da ricercare, che fa bene alla persona. Eppure resta la domanda se noi possiamo imparare la gioia o se, quando noi siamo un po’ depressi, ci dobbiamo semplicemente accontentare.
Le nostre emozioni possono cambiare oppure siamo semplicemente abbandonati ad esse? Ci sarebbe bisogno solamente di contemplare la bellezza della natura, per rallegrarsene.
A chi si trova nel mezzo della fatica e della stanchezza non serve a nulla il rimando ad un bel paesaggio, se non lo si riesce ad animare con un incoraggiamento alla gioia. Che cosa devo fare quando sono pieno di rabbia, quando ho paura, quando la gelosia mi consuma? Come posso rallegrarmi, quando un mio carissimo amico e morto in un incidente? Come può esserci in me ancora gioia, se si infrange una convivenza durata anni e non sento più alcun terreno sotto i miei piedi? I bei pensierini sulla gioia sono di scarso aiuto. In questi casi, però, sono abbandonato senza speranza alle mie emozioni negative? Vi è una strada per risvegliare qualcosa di positivo dentro di me? « Non si possono vietare i sentimenti, altrimenti diventano più forti! Ci sono e non chiedono alcun permesso »: questa affermazione vale anche per i sentimenti opprimenti come la rabbia, la paura e la tristezza, la gelosia e l’invidia.
Quando io reprimo questi sentimenti e li combatto frontalmente, essi sviluppano una reazione, per la quale io non sono pronto.
Io non posso nemmeno semplicemente sostituire questi sentimenti con la gioia. Non posso dire: « Io non voglio arrabbiarmi, ora voglio essere felice ». È meglio guardare in faccia i sentimenti, accettarli, parlare con essi, chiedersi il loro motivo: « Cosa mi vuoi dire? ». Forse scoprire nella mia emozione una ben precisa valutazione della realtà. La questione è se questa sia l’unica valutazione possibile. Allora io non mi vieto affatto l’emozione della rabbia e della collera, ma tratto in modo positivo i miei sentimenti. In questo modo possono cambiare.
Non mi tengono più in loro potere. I Padri della Chiesa videro nell’esortazione alla gioia una strada per cambiare i sentimenti e per vedere con nuovi occhi la realtà, con gli occhi della fede, che vedono attraverso la presenza evidente e riconoscono Dio a partire dalla realtà. Chi riesce a vedere il mondo con questi occhi della fede non solo incontra Dio, ma anche la gioia del suo cuore. Scoprirà al di sotto delle sue emozioni negative la gioia, o almeno la ricerca della gioia.
Rabbia, collera, gelosia, invidia, tristezza e paura ci costringono a tenere un determinato comportamento, abbastanza spesso un comportamento che ferisce altri, che disturba la comunione, che ostacola la vita. La gioia ci stimola ad andare verso gli altri. Ci rende vivi, risveglia in noi nuova energia, ci fa andare pieni di voglia a lavorare, ci fa iniziare con slancio la giornata. Non possiamo avere questo a bacchetta, ma possiamo creare le condizioni nelle quali può sorgere la gioia. La gioia nasce quando si raggiunge un fine. Quando io mi do da fare per raggiungere una meta proposta. Spesso, però, non dipende dal nostro fare.
La gioia si impadronisce di noi quando ci chiama un amico, quando qualcuno ci loda, quando ci riesce qualcosa, quando qualcuno ci dice una parola d’amore.
La condizione della gioia ci viene da fuori. Non possiamo influire sul fatto che uno ci chiami o no ma dipende da noi rallegrarcene oppure no. Di Zaccheo si dice: « Scese in fretta e accolse Gesù con gioia nella sua casa ». Zaccheo è sceso.
Per sperimentare la gioia dobbiamo anche noi scendere dal nostro posto di osservazione, dal quale giudichiamo tutto dall’alto, che ci impedisce di lasciarci andare veramente alla vita. Dobbiamo prendere per mano con gioia e abbracciare Colui che ci guarda con tanto amore. Ognuno di noi è in grado di dare un ordine al suo caos interiore. Ognuno di noi ha il potere di crearsi una cultura che lo rende felice oppure continuare a vegetare nel caos che lo spinge in basso e lo deprime. Noi possiamo a volte anche sentirci male. Fa parte anche questo della vita. Ma non posso lasciare che essi mi determinino.
Cordialmente  

Don Gilberto

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