Di solito il periodo di Pasqua è caratterizzato da un senso di gioia, di serenità. Vuoi per il significato per noi cristiani della risurrezione di Cristo, vuoi per la primavera che sboccia e per il tepore delle giornate che si allungano e che ti portano a lasciare qualche vestito sull’attaccapanni. Le emozioni valutano gli eventi. Per poter cambiare le emozioni, dobbiamo osservare in modo più esatto se la nostra valutazione della realtà è davvero giusta:
« noi reagiamo non alle cose come sono, ma alle immagini che ci facciamo di esse e al modo come noi le valutiamo ».
Io mi arrabbio con un collaboratore perché è troppo lento, perché ha dimenticato qualcosa. La rabbia è un impulso per parlare con l’altro e per migliorare il suo comportamento.
Allora la rabbia adempie la sua funzione e cessa. Se mi arrabbio di continuo con questa persona, devo pensare che non siano necessarie altre strategie perché egli possa cambiare il suo comportamento. Io, però, posso anche chiedermi se lo valuto in modo errato. Forse egli non può fare o non sa fare altro. Posso domandarmi se vale la pena arrabbiarsi. Se domani mi sveglio e mi arrabbio della pioggia, allora posso anche domandare se la mia valutazione della pioggia sia giusta.
Se io lavoro in ufficio, è davvero poco importante se splenda il sole o se piova.
Posso anzi lavorare meglio, se non fa troppo caldo. Se ho appena progettato un gita, la pioggia rimanda realmente i miei piani, ma io potrei adattarmi.
Passeggiare con la pioggia nella foresta ha un suo fascino.
Se ho progettato una passeggiata in montagna, la rabbia per la pioggia può essere giusta. Tuttavia nasce la domanda di quanto spazio dare alla rabbia, se la mia felicità dipenda solamente dal tempo o se io non possa invece, comportarmi in modo creativo con le cose che mi sono date.
Se reagisco con fantasia alla pioggia, ne può scaturire una bella gita, con molte risate e molta gioia. Dipende molto da me il modo di valorizzare le cose.
Qohelet dice la stessa cosa: « per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo: . . .c’è un tempo per piangere, un tempo per gemere e un tempo per danzare ».
Non si tratta, quindi di metterci sotto pressione e di pensar di dover essere pieni di gioia, ma dobbiamo fare attenzione a noi stessi, dove buttiamo giù noi stessi, dove celebriamo la nostra depressione, dove giriamo talmente attorno a noi stessi da non riuscire più a vedere la gioia. La gioia ha qualcosa a che fare con la vita, con la vivacità, con la fluidità, con la relazione.
La gioia, ha certamente qualcosa a che vedere con la spiritualità, non nel senso che, in quanto cristiani, dovremmo comunque mostrare di essere redenti e sempre felici.
Piuttosto il tema della gioia è una domanda rivolta a me: Giro sempre e soltanto intorno a me? Attribuisco ad altre persone così tanto peso da farmi da loro allontanare dalla vita? Sono libero di concedermi alla vita, di lasciarmi andare alle persone che sono intorno a me e sentire come esse stiano e di che cosa necessitino? La gioia come segno di vera spiritualità non si mostra per me nelle risate a voce alta, non nella capacità di intrattenere un gruppo, ma nella calma serena come armonia di fondo e nella fantasia e nella creatività che sgorgano da una persona. Colui che si rallegra, non gira attorno a se stesso. Accetta la vita e la gioia lo spinge all’azione.
L’azione che sgorga dalla gioia non è gravata dal peso dell’adempimento di un dovere. Si ha voglia di iniziare qualcosa, di aiutare un altro. È esattamente questa l’azione che Gesù ha in mente « . . .non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra ».
Se io aiuto un altro animato dalla gioia, allora non penso che in questo momento sto adempiendo il comandamento dell’amore al prossimo. Non lo calcolerò come un mio merito e nemmeno Dio. Dalle persone che sono liete promana qualcosa di sanante e liberante. Le persone trovano aiuto, senza che abbiano l’impressione di essere ora tenute alla gratitudine. L’azione che scaturisce dalla gioia ha il sapore della leggerezza, del dono e della grazia, del piacere e della libertà. Questo fa bene a ciascuno. Non lascia una cattiva coscienza e domande che rodono dentro, come se dovessi contraccambiare l’altro. Semplicemente provo gioia per quanto l’altro mi ha donato o fatto con gioia. Che sia questo lo Spirito dell’uomo-donna risorto a Pasqua?

Don Gilberto
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy.