Spesso nel nostro vivere insieme incontriamo dei problemi di comunicazione.ono importanti e forse vale la pena rifletterci perché costituiscono la trama della vita quotidiana. Una comunicazione scorrevole tra gli uomini è difficile. Forse si potrebbe pensare che è facilissima, dal momento che il bambino comunica istintivamente, comunica con tutto il suo corpo.
Il bambino piccolo comunica con tutto il corpo:

quando sente che la mamma è tornata da casa, si agita, grida, sgambetta, la gioia gli esce da tutti i pori della pelle.
Poi evidentemente impara a comunicare verbalmente e la sua comunicazione si specifica, si precisa fino ad arrivare al quattordicenne che sta guardando la televisione e quando la mamma entra in casa, si limita a fare un segno con la mano, senza nemmeno voltarsi. La comunicazione si è quindi specificata e anche ridotta. Nell’adulto rimane spesso così: comunicazione molto ridotta, in cui si vogliono risparmiare i gesti comunicativi, oppure si pensa che bastino poche forme.

Viviamo tipologie di comunicazioni carenti.
Una di queste è quella del fatto compiuto. Il fatto cioè deve bastare a comunicare.
Uno sente dire nel Consiglio pastorale cose che non sapeva e non conosceva, oppure sente dire nella predica cose che gli fanno capire che c’è una certa decisione, ma che non è mai stata minimamente comunicata.
Questo tipo di comunicazione, che va per fatti compiuti, avviene spesso pure nelle famiglie, fino ad arrivare a casi limiti: « Sai, domani mi sposo ». La comunicazione a shock, che è paura di comunicare, volontà di tenere tutto segreto, nascosto, per un’istintiva incapacità comunicativa.
Le forme di comunicazione non del tutto carente, però insufficiente, sono molte. Una forma è di chi dice: « Tocca a lui chiedere, se mi chiede glielo dico, se non mi chiede vuol dire che non gli interessa ».
Un’altra è di chi fa scorrere la cosa una volta (« mai io l’ho detto! »), in situazioni appena appena abbozzate e chiarite. Giuridicamente la cosa è stata detta, ma in realtà non c’è mai stata una riflessione comunicativa.
In proposito manchiamo molto tutti, perché la vita è complicata, difficile, ci sono mille problemi e uno preferisce scusarsi lasciando le cose nell’aria e poi dicendo che sono state dette e che bisognava capirle. Un’altra forma di comunicazione è insufficiente è quella del bigliettino inteso come sistema: tutto a bigliettini. Uno arriva in camera, trova il bigliettino, chissà cosa ci sarà, e ogni volta c’è la sorpresa. Non che non possa essere utile il bigliettino, però c’è un giusto modo di comunicazione.
È insufficiente la comunicazione che sbaglia nei modi di comunicazione, che esagera in un senso o nell'altro, oppure si tiene troppo sulle sue.
La comunicazione giusta è quella nella quale ogni cosa ha il suo giusto modo comunicativo.
Evidentemente è difficile imbroccarla sempre, molte volte manchiamo e, proprio per questo, dobbiamo saper scusare gli altri. Guai se pretendessimo che gli altri siano sempre perfetti nei mezzi, nei modi e nei tempi comunicativi. Si può sempre trovare in fallo un altro, o perché una cosa non l’ha detta o perché non l’ha detta bene oppure l’ha detta a tempo sbagliato.
Quando si vuole trovare uno in fallo, si riesce sempre.
La consapevolezza che noi manchiamo, ci aiuta a diventare misericordiosi e forse la misericordia, la pazienza, la capacità di riprendere sempre il filo del discorso, sono la vera comunicazione giusta.
Un’altra caratteristica della comunicazione giusta: comunica un po’ di più dello stretto necessario, va un po’ più in là. Perché il comunicare è un fatto di affluenza, di ricchezza e non ammette rigidità.
A tale forma siamo chiamati a tendere con estrema fatica, con molta esperienza, dal momento che ci vuole tutta una vita e malgrado tutta l’attenzione, possiamo sbagliare.
E noi come comunichiamo? come sta il nostro modo di comunicare con gli altri? Auguro a tutti un sereno ottobre.
Don Gilberto
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