L’assenza di qualcosa da conquistare, per cui battersi e impegnarsi, la perdita di interesse, che è il sentirsi dentro le cose, l’avvertirsi estranei a tutto e senza prospettive sono gli indizi più evidenti di questo comportamento: la vita non è intesa come un progetto sotteso da una storia, che ha una sua coerenza lungo l’asse del tempo ma piuttosto come una concessione veloce di istanti

, in cui sfuggono le cose veramente importanti. Le apprensioni degli adulti circoscrivono la proposta delle esperienze da far vivere ai più giovani. Nell’ansia di rendere tutto più facile si sono rimosse tutte quelle situazioni che provocano sofferenza e disagio. Si dà tutto e non si lascia conquistare nulla; si danno cose e non tempo, si chiudono prospettive e non si aprono orizzonti.
Il rapporto con la realtà diventa sempre più virtuale e il rischio e la ricerca sono calcolati, entrano nel gioco della finzione. Il sapere diventa sempre meno risultato dell’esperienza. Non avere attrezzato le giovani generazioni ad affrontare la società complessa, le ha rese psicologicamente fragili, incapaci di un forte sentire.
In realtà l’esperienza della perdita, della sofferenza, della rinuncia, dell’attesa, del conflitto, in definitiva del limite, aiuta a selezionare la sovrabbondanza di valori ciò che ha senso e dargli peso; solo ciò che ha veramente importanza smuove dalle secche di una vita paludosa.
Far cogliere le cose veramente importanti per smuovere dall’apatia diventa allora il primo impegno dell’educare oggi.
Proporre esperienze autentiche di vita e incalzare con domande di senso può essere una strategia vincente.
La trasgressione, come mancato rispetto di una norma, costituisce apparentemente un passo avanti rispetto all’apatia, in quanto esprime un moto dell’anima a qualcosa che non si condivide, a un limite imposto. Questo atteggiamento presuppone un pensiero, una convinzione su cui il soggetto scommette e per cui si batte, una coscienza morale, per quanto sbiadita, che percepisca cosa è bene e cosa è male. Non sempre la trasgressione è espressione di una contrapposizione.
Se si prova, infatti a chiedere ragione di certi comportamenti “trasgressivi“, la risposta che spesso si riceve dai ragazzi è una non risposta o al massimo una lapidaria: « perché mi va », « che male c’è? » o « perché mi piace così ».
Che poi il piacere sia indotto o omologazione alle mode dominanti è una sottigliezza faticosa da far cogliere. La trasgressione si prefigura come l’altra faccia di una stessa medaglia: una società che sovrabbonda di merci e di valori, che sembra prospettare ampia libertà ma che, ci rende elementi di serie: la ribellione è così apparente. Anche la trasgressione, non si nutre di un pensiero forte, che orienti un percorso di vita, ma sembra essere piuttosto una forma di linguaggio utile a comunicare, non tanto la contrapposizione, quanto la propria presenza, l’affermazione di sé, del proprio mondo, a porre domande su cui gli adulti frettolosamente e superficialmente glissano. Perciò spesso le forme di trasgressione diventano eclatanti: tanto più risuonano tanto più alta è la richiesta di attenzione.
La necessità di essere ascoltati e “guardati“, di essere considerati interlocutori degni di fiducia trova provocatoriamente espressione in forme di separatezza, nella rottura di forme tradizionali di comunicazione con gli adulti e nel riconoscersi in riti che sembrano dare l’illusione del pieno affrancamento delle “paranoie dei grandi“, della piena disponibilità a godere della vita e ad introdursi a pieno titolo in essa.
A rafforzare ciò concorre il consumismo che toglie il limite al desiderio, apre a tutto, fa sentire onnipotenti, soprattutto i più esposti psicologicamente, perché privi di strumenti critici.
Non è allora difficile che, in società in cui mancano i riti di iniziazione alla società adulta, le prove di coraggio diventino prove al limite della legalità e dell’autodistruzione.
Quale itinerario educativo è possibile ipotizzare per ricondurre fenomeni, quali l’apatia e la trasgressione, ad un protagonismo positivo delle giovani generazioni? È una domanda che mi pongo e che vi pongo. . .
Accetto il confronto e dei suggerimenti.


Don Gilberto

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